Credit: qimono
in foto: Credit: qimono

Tra i farmaci che vanno somministrati solo in caso di conclamata necessità, per il più breve periodo di tempo possibile e alla minima dose, rientrano sicuramente gli antipsicotici o neurolettici. Si tratta di una famiglia di molecole utilizzata per contrastare malattie alla stregua di schizofrenia, disturbo bipolare e altre serie condizioni psichiatriche, caratterizzate da deliri, allucinazioni e comportamenti maniacali. In talune circostanze lo psichiatra può prescriverli anche a pazienti affetti da disturbo depressivo maggiore protratto nel tempo (cronico). La necessità di un approccio estremamente accorto a questi medicinali non risiede soltanto nella delicatezza delle patologie da trattare, per le quali fungono (principalmente) da attenuanti dei sintomi, ma anche nella vasta lista degli effetti collaterali, alcuni dei quali potenzialmente letali. Tra i più noti rilevati dalla ricerca scientifica vi sono aumento del peso, diabete e riduzione della massa cerebrale, ma ne fanno parte anche eventi cardiovascolari e la grave chetoacidosi diabetica. Fortunatamente le molecole recenti sono più sicure e ben tollerate di quelle passate, ma come dimostra anche l'acido acetilsalicilico (aspirina), non esistono farmaci scevri da potenziali effetti avversi.

Antipsicotici di 1a, 2a e 3a generazione

Se pensate allo stereotipo di paziente psichiatrico in cura, piegato con la testa in avanti, che procede a piccoli passi e tremolante, la ragione risiede negli effetti collaterali – spesso magnificati nelle opere cinematografiche – degli antipsicotici di prima generazione o tipici. Questi farmaci – tra i quali l'aloperidolo – ad azione antidelirante e sedativa hanno tra i principali effetti i cosiddetti disturbi extrapiramidali, caratterizzati da spasmi e tremori analoghi a quelli del morbo di Parkinson (che è una malattia neurodegenerativa). Ad essi possono associarsi movimenti ritmici involontari di parti del viso (discinesia tardiva), tachicardia, uno stato di irrequietezza, secchezza della bocca e altro ancora. I farmaci antipsicotici di seconda generazione (o atipici) alla stregua dell'olanzapina e della clozapina risultano generalmente più efficaci, ma soprattutto presentano una sensibile riduzione dei disturbi extrapiramidali. I neurolettici di terza generazione introdotti di recente – come l'aripiprazolo – sono ancora sotto esame dei ricercatori, ma possono anch'essi dar vita a diarrea, vomito, nausea, tremori, cefalea e vertigini. Aumento del peso, ridotta tolleranza al glucosio (insulino-resistenza) e diabete sono correlabili agli antipsicotici di tutte le generazioni, benché vi siano alcune differenze; l'olanzapina, ad esempio, è uno di quelli associati al maggior aumento ponderale.

Antipsicotici, obesità e diabete

Perché i farmaci neurolettici sono associati a un aumento del peso? Le ragioni sono diverse e alcune non ancora del tutto comprese. Oltre a stimolare l'appetito e determinare una riduzione dell'attività fisica, che hanno effetti diretti sulla massa corporea, possono indurre alterazioni metaboliche, in particolar modo nella sensibilità all'insulina e nella sua escrezione, che a loro volta possono scatenare la comparsa del diabete. Alterando il meccanismo di trasferimento del glucosio all'interno delle cellule possono farne aumentare le concentrazioni nel sangue, producendo un cosiddetto effetto iperglicemizzante. Farmaci antidiabetici come la metformina e alcuni inibitori più recenti hanno dimostrato in studi clinici di poter ridurre l'aumento del peso dei pazienti trattati con antipsicotici, ma al momento non esiste ancora un trattamento farmacologico pensato per questo effetto collaterale.