Un copioso team di astronomi della NASA ha documentato per la prima volta lo spettacolo affascinante di un'eruzione solare fallita, un fenomeno incompiuto a causa delle peculiari condizioni delle forze magnetiche che circondavano la stella in quel momento. Le eruzioni solari (o brillamenti) sono eventi di immane potenza energetica – paragonabile a quella sprigionata da alcune decine di milioni di bombe atomiche – durante i quali il materiale solare viene espulso da protuberanze, che proiettano il vento solare nello spazio. Spesso associate alle macchie solari, come quella gigantesca formatasi di recente sulla nostra stella, le eruzioni posso creare seri problemi ai segnali radio, agli strumenti di navigazione satellitare e alle apparecchiature elettroniche sulla Terra, per questo si tratta di eventi molto studiati.

Nel settembre 2014 i ricercatori della NASA individuarono un'area di intensa attività solare, dove molto probabilmente si sarebbe sprigionata un'eruzione (tutti i dati indicavano l'imminenza del fenomeno), così vi puntarono tutti gli strumenti a disposizione per analizzarla. Tra essi, l'osservatorio Solar Dynamics, l'Interface Region Imaging Spectrograph (IRIS), l'Hinode e numerosi telescopi a terra, in supporto al razzo VAULT2.0 (Very high Angular resolution Ultraviolet Telescope). Si tratta di un razzo sub-orbitale che in un volo di venti minuti, per cinque cattura dati di una specifica area del Sole.

 

Gli strumenti mostrarono la formazione del tipico filamento delle eruzioni solari, una serpentina che sale velocemente verso la superficie della stella per proiettare con potenza il materiale all'esterno, tuttavia l'esplosione non fu registrata. La lingua di materiale, infatti, arrivata a una certa altezza fu fatta letteralmente “a pezzi” dalle forze magnetiche in campo, che l'hanno fatta crollare nel punto in cui si stava originando.

Cose è successo al brillamento incipiente? I ricercatori, coordinati dal professor Georgios Chintzoglou, fisico solare presso il Lockheed Martin Solar and Astrophysics Laboratory di Palo Alto e la University Corporation for Atmospheric Research di Boulder, hanno scoperto che il filamento si è “scontrato” con una peculiare struttura magnetica, la cui forma ricorda quella di due igloo posti un innanzi all'altro. Finendo al centro di questa struttura, chiamata “tubo di flusso iperbolico” e legata al fenomeno della riconnessione magnetica, al filamento è stata strappata l'energia magnetica, un processo che ne ha determinato il collasso e la mancata esplosione. Da tempo gli scienziati ipotizzavano l'esistenza di un simile fenomeno, ma sono riusciti a dimostrarlo solo recentemente grazie all'utilizzo dei numerosi strumenti coinvolti. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica specializzata The Astrophysical Journal.

[Foto di NASA Goddard]