Un totale di 14.098 casi registrati tra quelli confermati, probabili e sospetti, con sei Paesi colpiti (Guinea, Liberia, Mali, Sierra Leone, Spagna e Stati Uniti d'America) e due stati precedentemente colpiti ma attualmente totalmente liberi dal virus (Nigeria e Senegal): il bilancio delle vittime, secondo l'ultimo report dell'Organizzazione Mondiale della Sanità reso noto lo scorso 9 novembre, è di 5.160 morti.

Una situazione frammentata, variabile da zona a zona

Tuttavia si apre qualche debole spiraglio di luce: leggendo i dati, sostengono gli esperti, è possibile notare come l'incidenza non stia più aumentando in Guinea e Liberia, anche se continua a crescere rapidamente in Sierra Leone. Insomma, un'osservazione più ravvicinata a livello locale dipingerebbe un quadro piuttosto variegato. A Conakry e Macenta, in Guinea, il virus continua ad avere un elevato grado di trasmissione, lo stesso accade a Montserrado, Liberia, e nelle aree occidentali e settentrionali della Sierra Leone. Tuttavia un declino nell'incidenza è stato rilevato in altre zone dei medesimi Paesi. Un problema permane ed è il fatto che non tutti i casi e le morti vengono riportati, quando si tratta di infezioni che colpiscono in aree remote o, comunque, al di fuori delle grandi città. Nel frattempo anche il Mali è entrato nella lista dei Paesi colpiti con quattro casi, tra confermati e probabili, e quattro morti. Gli interventi mirati a contenere l'epidemia nei tre Stati maggiormente colpiti prevedono l'isolamento e la cura dei pazienti nonché l'identificazione delle persone con cui hanno avuto contatti: il problema è che dei 53 centri per il trattamento dell'ebola ne sono stati aperti appena 19. Attenzione particolare è rivolta anche alle modalità di seppellimento dei cadaveri, possibili veicoli di trasmissione del'infezione: in merito, l'OMS ha specificato che per più di 4.400 persone morte è stato possibile procedere affinché avessero una sepoltura «dignitosa ed igienicamente sicura».

La nuova emergenza

Ma se le notizie provenienti dall'Africa Occidentale sembrano pallidamente incoraggianti, certamente non è ancora venuto il momento di abbassare la guardia. Soprattutto non è auspicabile che, quando trascorsa la quarantena i Paesi occidentali attualmente colpiti verranno dichiarati ebola free, l'attenzione rivolta all'argomento cali, tornando ai livelli della scorsa primavera, quando l'epidemia ha iniziato a crescere fatalmente nell'indifferenza delle nazioni e della stessa OMS. Anche perché, quand'anche l'emergenza febbre emorragica da ebola dovesse diminuire, una nuova crisi sembra affacciarsi sui Paesi colpiti, già annunciata dalla FAO due mesi fa: quella alimentare. Guinea, Liberia e Sierra Leone, infatti, sono fortemente dipendenti dalle importazioni, in particolare dei cereali: la chiusura delle frontiere ha determinato un problema economico non indifferente al quale ha risposto un rialzo nei prezzi già nel mese di agosto. Oltretutto la manodopera è andata scarseggiando e questo ha influito anche sui raccolti locali. Il problema è che, ora, l'emergenza ebola potrebbe trasformarsi in emergenza cibo per 1,7 milioni di persone che attualmente sono in condizioni di insicurezza alimentare: e purtroppo sappiamo che la morte per fame fa ancora meno notizia dell'ebola confinato in Africa.