Due anticorpi monoclonali combinati sviluppati dal colosso farmaceutico americano Eli Lilly hanno dimostrato di abbattere del 70 percento il rischio di ricovero in ospedale e morte per i pazienti ad alto rischio con COVID-19, l'infezione provocata dal coronavirus SARS-CoV-2. Si tratta di un risultato estremamente significativo poiché legato a uno studio di Fase 3 con placebo, l'ultimo passo della ricerca scientifica prima dell'autorizzazione da parte delle autorità regolatorie. Uno dei due farmaci messi a punto dalla casa farmaceutica di Indianapolis è stato già approvato per l'uso di emergenza dalla Food and Drug Administration (FDA) americana lo scorso 10 novembre, ed è pensato per tutti quei pazienti contagiati con età superiore ai 12 anni e un peso di almeno 40 chilogrammi che rischiano di sviluppare la forma grave della patologia.

I due anticorpi monoclonali coinvolti nella formulazione combinata sono il Bamlanivimab (LY-CoV555), ovvero quello già approvato per uso singolo, e l'Etesevimab (LY-CoV016); si tratta di due immunoglobuline semi-sintetiche ottenute in laboratorio da plasma iperimmune da pazienti guariti dall'infezione, e sono progettati per colpire porzioni differenti della proteina S o Spike del coronavirus, quella che il patogeno sfrutta come un “grimaldello biologico” per legarsi al recettore ACE-2 delle cellule umane, scardinare la parete cellulare, inserire l'RNA virale e avviare il processo di replicazione che determina l'infezione. I farmaci sono stati testati in seno allo studio di Fase 3 “Blaze-1” nel quale sono stati coinvolti 1.035 soggetti contagiati dal virus, tutti considerati a rischio di sviluppare la forma severa della malattia poiché facenti parte delle fasce sensibili (anziani, affetti da obesità e simili).

Come si legge nel comunicato stampa diffuso dalla casa farmaceutica, nel gruppo trattato con 2.800 mg di Bamlanivimab e 2.800 mg Etesevimab si sono verificati 11 “eventi avversi” (ricovero in ospedale o decesso) contro i 36 registrati nel gruppo cui è stato somministrato il placebo, ovvero il 2,1 percento rispetto al 7 percento. Ciò significa che chi aveva assunto i farmaci presentava un rischio ridotto del 70 percento. I dieci decessi avvenuti durante il periodo di follow-up si sono verificati tutti nel gruppo trattato col placebo, dimostrando così l'efficacia protettiva dei due anticorpi monoclonali. Gli scienziati che hanno condotto l'indagine, in attesa della revisione paritaria e della pubblicazione su una rivista scientifica, hanno osservato anche una significativa riduzione della carica virale e un recupero più rapido dei sintomi nei pazienti trattati. I farmaci sono stati inoltre ben tollerati e le percentuali di reazioni avverse erano paragonabili a quelle evidenziate nel gruppo placebo. I risultati sono in linea con quelli emersi dalle precedenti fasi della sperimentazione clinica, con la differenza che in questo caso si tratta di un corposo studio di Fase 3.

“Questi risultati entusiasmanti, che replicano i dati positivi della Fase 2 in un insieme molto più ampio di pazienti, aggiungono preziose prove cliniche sul ruolo che gli anticorpi neutralizzanti possono svolgere nella lotta a questa pandemia. Mentre la natura preliminare dei risultati di Fase 2 sugli anticorpi monoclonali per COVID-19 possono avere un'accettazione limitata per la terapia, questi dati di Fase 3 rafforzano ulteriormente le prove disponibili”, ha dichiarato il professor Daniel Skovronsky, direttore scientifico e presidente di Lilly Research Laboratories. La casa farmaceutica americana ha già presentato la richiesta di approvazione per l'uso di emergenza alla FDA ed è in attesa di una risposta.

Secondo un recente studio coordinato dal Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle sarebbero già in circolazione – seppur poco diffusi – lignaggi mutati del coronavirus con la capacità di “eludere” gli anticorpi monoclonali in sviluppo contro la COVID-19. Le mutazioni in questione riguardano una specifica porzione della proteina S o Spike (il dominio di legame del recettore RBD), e sulla base di test in vitro sarebbero in grado di interferire sia con il cocktail di anticorpi monoclonali REGN-COV2 di Regeneron che con l'anticorpo LY-CoV016 di Eli Lilly. I risultati andranno tuttavia confermati da ulteriori studi sul “campo”. I dettagli della ricerca “Prospective mapping of viral mutations that escape antibodies used to treat COVID-19” sono stati pubblicati sulla rivista Science.