Con la diffusione in Italia del nuovo coronavirus emerso in Cina (SARS-CoV-2), si fa sempre più riferimento al termine medico “Triage”, una parola francese che tradotta letteralmente sta a significare “smistamento”, cernita, vaglio, selezione accurata e via discorrendo. Come specificato in un documento del Ministero della Salute, che potete scaricare cliccando su questo link, il Triage viene definito come “una funzione infermieristica volta alla identificazione delle priorità assistenziali attraverso la valutazione della condizione clinica dei pazienti e del loro rischio evolutivo, in grado di garantire la presa in carico degli utenti e definire l’ordine d’accesso al trattamento”. “Generalmente – prosegue il Ministero della Salute – la funzione di Triage non riduce i tempi d’attesa dei pazienti, ma li ridistribuisce a favore di chi ha necessità di interventi in emergenza e urgenza”. In altri termini, il Triage serve a fare una valutazione rapida delle condizioni cliniche dei pazienti, grazie alla quale viene assegnato loro un codice di priorità (i famosi codici rosso, giallo, verde etc etc), che a sua volta è legato a un tempo massimo di attesa per l’accesso alle aree di trattamento. Perlomeno in condizioni "normali". In condizioni di estrema emergenza, con un grande numero di pazienti che ha urgente bisogno di assistenza, come ad esempio in guerra, dopo una catastrofe naturale o la diffusione di una nuova malattia letale, chi si occupa del Triage può avere infatti il delicatissimo compito di decidere a chi salvare la vita e a chi no, nel caso in cui dovessero mancare le risorse per trattare tutti e non vi fossero alternative come il trasferimento.

Il Triage per il coronavirus

Appena fuori dagli ospedali italiani si stanno attrezzando tende dedicate espressamente al Triage per la COVID-19, l'infezione scatenata dal nuovo coronavirus. L'obiettivo è duplice; da una parte ridurre la pressione sui Pronto Soccorso, dove i pazienti con sintomi respiratori non devono comunque recarsi (vanno contattati il proprio medico curante, il numero 1500 o il numero regionale che forniranno le indicazioni su come comportarsi), dall'altro smistare l'alto numero di persone da sottoporre al tampone faringeo, quelle da ricoverare nei reparti di malattie infettive o direttamente in terapia intensiva o sub-intensiva. Ricordiamo infatti che il 10 percento dei pazienti colpiti dalla COVID-19 finisce proprio in terapia intensiva, e un'altra quota percentuale ha bisogno di ventilazione artificiale, ad esempio attraverso un “casco respiratorio” CPAP, acronimo di Continuous Positive Airway Pressure (ventilazione a pressione positiva continua). Il nodo cruciale dell'emergenza coronavirus è legata al numero dei contagiati; i posti letto in terapia intensiva sono infatti limitati, così come quello degli specialisti idonei a seguirla. Ne consegue che qualora dovesse ammalarsi un numero consistente di persone contemporaneamente, non ci sarebbero posti e personale per salvarle tutte. In Lombardia, a causa dell'alto numero di persone infette, si sta già decidendo chi trattare o meno. Come specificato dall'anestesista rianimatore dell'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo Christian Salaroli al Corriere della sera, “si decide per età, e per condizioni di salute. Come in tutte le situazioni di guerra”. Il delicatissimo compito del Triage sta proprio nello "smistare" le persone che arrivano al controllo, e appunto, quando sono in ballo i grandi numeri, chi salvare e chi no in mancanza di alternative (che devono ovviamente essere vagliate tutte). Molti giovani credono di essere “immuni” dal coronavirus, mettendo in atto comportamenti irresponsabili come assembramenti e fughe dalle zone rosse, che rischiano di vanificare gli sforzi delle autorità per limitare al massimo il numero dei contagi, per fare in modo che il “virus scivoli via”, come ha detto a fanpage dal virologo Fabrizio Pregliasco dell'Università degli Studi di Milano. Facciamo un esempio di estrema emergenza: nel malaugurato caso fossero rimasti soltanto 20 posti in terapia intensiva e arrivassero 30 persone bisognose, se tra queste ci fosse ad esempio un intero gruppo di liceali, nel Triage si darebbe priorità a loro rispetto a ventenni, trentenni e così via, proprio perché si dà rilevanza all'aspettativa di vita e alle condizioni di salute, come specificato dalla Siaarti, la Società italiana di anestesia analgesia rianimazione e terapia intensiva, che ha diffuso un documento di 15 pagine ad hoc. "La disponibilità di risorse non entra solitamente nel processo decisionale e nelle scelte del singolo caso – si legge nel documento Siaarti – finché le risorse non diventano così scarse da non consentire di trattare tutti i pazienti che potrebbero ipoteticamente beneficiare di uno specifico trattamento clinico. È implicito che l’applicazione di criteri di razionamento è giustificabile soltanto dopo che da parte di tutti i soggetti coinvolti (in particolare le “Unità di Crisi” e gli organi direttivi dei presidi ospedalieri) sono stati compiuti tutti gli sforzi possibili per aumentare la disponibilità di risorse erogabili (nella fattispecie, letti di Terapia Intensiva) e dopo che è stata valutata ogni possibilità di trasferimento dei pazienti verso centri con maggiore disponibilità di risorse". Ecco perché è fondamentale stare a casa e rispettare le misure imposte dalle autorità; ridurre il numero di contagi è un atto di responsabilità verso le persone più fragili che rischiano le conseguenze peggiori a causa del coronavirus, ma anche verso sé stessi in condizioni di emergenza.

L'origine del Triage

Come indicato, Triage è una parola francese, che è entrata nel "dizionario medico" durante l'impero di Napoleone. Nei campi di battaglia era infatti necessario smistare i feriti in base alla gravità delle lesioni, dando priorità a chi poteva essere salvato. Fu così che un nobile e chirurgo d'Oltralpe, il barone Jean Dominique Larry, gettò le basi del moderno Triage, evolutosi durante le due guerre mondiali e i conflitti più moderni. Gli infermieri addetti al Triage (chiamati triagisti) hanno una formazione specifica e permanente, oltre ad avere esperienza al Pronto Soccorso. Il loro delicatissimo compito passa dalla valutazione del paziente (non la diagnosi) all'attribuzione del codice di priorità, fornendo nel frattempo assistenza e riducendo eventuali rischi nel caso in cui l'attesa dovesse prolungarsi. I codici sono cinque e spaziano dal bianco (minima rilevanza clinica) al rosso, al quale è legata una “interruzione o compromissione di una o più funzioni vitali”, un'emergenza con pericolo di vita per il paziente che deve essere trattato immediatamente. “Siccome purtroppo c’è sproporzione tra le risorse ospedaliere, i posti letto in terapia intensiva, e gli ammalati critici, non tutti vengono intubati”, ha sottolineato al Corriere della sera il dottor Salaroli, mettendo in evidenza proprio quali sono i rischi legati a un grande numero di pazienti colpiti da coronavirus e bisognosi di cure. La scelta, come indicato, viene fatta in base all'età, al quadro generale e alla capacità del paziente di superare un intervento rianimatorio: “Se una persona tra gli 80 e i 95 anni ha una grave insufficienza respiratoria verosimilmente non procedi. Se ha una insufficienza multi organica di più di tre organi vitali, significa che ha un tasso di mortalità del cento per cento. Ormai è andato”, ha aggiunto al Corsera lo specialista.

Possiamo solo immaginare i pensieri che assalgono le menti dei professionisti impegnati in questo delicatissimo compito, e che potrebbero dover prendere decisioni estremamente dolorose, ad esempio tra il dover trattare una giovane mamma o un adolescente, nel caso in cui fossero esauriti i posti letto per la rianimazione e non ci fosse alcuna alternativa per tutelare entrambi. Come specificato da tanti specialisti, dunque, bisogna attenersi alle misure del governo, come mantenere la distanza di sicurezza dagli altri ed evitare assembramenti per ridurre il più possibile il dilagare dei contagi. In questo modo garantiremo al nostro prezioso sistema sanitario di far fronte all'emergenza, senza che sia travolto da un ingestibile fiume in piena di persone bisognose di cure.