Una seconda ondata di coronavirus SARS-CoV-2 nel Regno Unito potrebbe provocare 120mila morti tra settembre 2020 e giugno 2021. Si tratta di una stima drammatica, con più del doppio dei decessi registrati durante la prima ondata della pandemia, verificatasi durante questa primavera. Sulla base della mappa interattiva messa a punto dall'Università Johns Hopkins, infatti, in Gran Bretagna si contano al momento 45.053 vittime, che pongono il Paese al terzo posto su scala globale dietro gli Stati Uniti (con 136.466 vittime) e il Brasile con 74.133. Ad oggi si contano inoltre poco meno di 300mila contagiati complessivi nel Regno Uniti, al nono posto assoluto.

A stimare il drammatico scenario, il peggiore su quelli possibili, è stato un team di ricerca composto da 37 scienziati provenienti da diversi atenei britannici, sotto l'egida della The Academy of Medical Science. Il rapporto è stato stilato su richiesta di Sir Patrick Vallance, il consigliere scientifico capo del governo, che nei mesi scorsi finì nella bufera per aver promosso la strategia volta a ottenere l'immunità di gregge, facendo circolare liberamente il virus senza lockdown e altre misure troppo stringenti. Il piano considerato “diabolico” da molti colleghi rientrò tuttavia rapidamente, a seguito della repentina impennata dei contagi, nei quali fu coinvolto anche il premier Boris Johnson.

Tra i coordinatori della ricerca figura la professoressa Azra Ghani, direttrice del Dipartimento di Epidemiologia delle malattie infettive presso l'Imperial College di Londra, che già in precedenza aveva prodotto stime sull'impatto della pandemia di coronavirus. Secondo il modello matematico messo a punto dagli statistici, lo scenario peggiore vedrà l'indice Rt schizzare dall'attuale 0,7 – 0,9 a 1,7 (era arrivato a 3 nel momento peggiore della prima ondata), e ciò potrebbe portare a un numero di decessi compreso tra i 24.500 e i 251.000, con una media appunto di circa 120mila. Il dato si riferisce ai soli decessi stimati negli ospedali, e non coinvolge quelli nelle case di cura e in quelle private. Pertanto il computo finale potrebbe essere decisamente più pesante (considerando l'impatto nelle RSA durante la prima ondata).

Intervistata da SkyNews, la professoressa Ghani ha sottolineato le ragioni per cui bisogna essere preparati per una potenziale seconda ondata. “Man mano che ci spostiamo verso l'inverno, il tempo peggiora, le persone restano più al chiuso, le finestre non sono aperte, quindi la probabilità di trasmissione aumenta, ovviamente. Abbiamo anche una serie di altre pressioni sul Servizio Sanitario Nazionale che aumentano durante l'inverno, e quindi ulteriori ricoveri negli ospedali. Sono tutte queste cose unite assieme che potrebbero causare questo scenario peggiore. Abbiamo bisogno che i sistemi siano operativi entro settembre”, ha ribadito la scienziata. Nel comunicato stampa pubblicato sul sito dell'Imperial College di Londra, ha inoltre ricordato che durante l'inverno aumentano le fratture degli anziani e c'è sempre il rischio di un'epidemia di influenza, con tutto ciò che ne consegue in termini di pressione sugli ospedali e sui rischi di circolazione del patogeno.

Alla luce di queste considerazioni, gli scienziati raccomandano di farsi trovare pronti sin da subito, e lavorare a fondo nei prossimi due mesi per spingere la comunità a seguire le raccomandazioni: indossare la mascherina, non creare assembramenti (mantenere il distanziamento sociale) e curare l'igiene delle mani. È considerata di grande importanza anche una massiccia campagna di vaccinazione contro l'influenza, in modo da favorire la cosiddetta diagnosi differenziale, tenendo presenta la sovrapposizione di alcuni sintomi di base con la COVID-19. I dettagli del rapporto “Preparing for a challenging winter 2020/21” sono consultabili al seguente link.