Il mistero di cosa accade durante i primi giorni di vita, in particolare di quali eventi potrebbero risultare significativi per il bambino appena venuto alla luce, ha da sempre affascinato l'umanità. Quali delle sensazioni provate dalla madre vengono percepite e registrate dal neonato? Quanto contano le emozioni sentite da chi ha appena iniziato ad allevare la propria progenie, dopo averla portata per nove mesi dentro di sé? Esiste la possibilità che alcune significative e particolari esperienze vissute dalla madre si imprimano nel cervello del piccolo e diventino bagaglio della mente di quello che un giorno sarà un individuo indipendente?

Fobie

È quello che si sono chiesti Jacek Debiec e Regina Marie Sullivan, del dipartimento di psichiatria infantile e dell'adolescenza presso la New York University School of Medicine. Nello specifico i due ricercatori hanno scelto di concentrarsi su un argomento particolarmente delicato, quello delle fobie, tentando di dimostrare come la paura associata a particolari elementi possa essere trasmessa dalla madre alla propria prole fin dai primi giorni di vita. In alcuni bambini, anche estremamente piccoli, specifiche fobie si presenterebbero in maniera del tutto scollegata rispetto alle esperienze vissute dal piccolo: come interpretare questo fenomeno? Secondo Jacek Debiec la spiegazione risiederebbe proprio nelle esperienze materne che vengono acquisite dal bambino e registrate nella sua memoria. Le riflessioni di Debiec hanno preso le mosse dalle sue precedenti osservazioni effettuate in Polonia sui bambini ormai cresciuti figli di ebrei sopravvissuti ai campi di concentramento: in questi individui erano riscontrabili disturbi d'ansia e specifiche fobie ricollegabili a traumi non vissuti in prima persona. Secondo lo psichiatra, il radicamento di queste paure era tale da non poter essere giustificato esclusivamente sulla base del condizionamento ambientale, ossia sui racconti ascoltati durante la fase di crescita: la paura derivava da un'esperienza realmente "esperita" dalla persona. Ma come verificare tale ipotesi?

L'esperimento sui topi

Gli scienziati hanno scelto di studiare il comportamento di alcuni topolini di laboratorio: il meccanismo osservato in questi piccoli mammiferi ha fornito la chiave di lettura ideale per comprendere il fenomeno delle fobie infantili anche se, va sottolineato, non è possibile affermare con certezza che si verifichi allo stesso modo negli esseri umani. Alcune femmine hanno imparato a temere l'odore della menta perché, ogni volta che lo percepivano, veniva somministrata ad esse una lieve scossa elettrica. Una volta divenute madri, sono state esposte al medesimo profumo: la reazione di paura associata è stata così trasmessa, come una sorta di contagio, anche ai piccoli. Quindi, in seguito, anche in assenza della madre, i cuccioli dimostravano chiaramente di temere quel preciso stimolo olfattivo che scatenava in essi reazioni di ansia.

Contestualmente è stato rilevato come l'odore della menta fosse in grado di aumentare nel sangue delle cavie i livelli di corticosterone, l'ormone che, in questi animali, viene secreto in risposta allo stress. Inoltre, le osservazioni effettuate sul cervello dei topolini hanno evidenziato una notevole attività dell'amigdala, area cerebrale notoriamente coinvolta nei processi legati alla memoria emozionale, fondamentale per l'elaborazione e la registrazione dei ricordi del passato e degli stimoli olfattivi. Possibile che per gli uomini funzioni allo stesso modo? I ricercatori, che hanno reso noti i risultati del loro lavoro attraverso un articolo pubblicato da PNAS, hanno spiegato che, anche qualora il meccanismo non fosse esattamente il medesimo, la scoperta può aiutare a comprendere meglio cosa accade ai bambini e in che modo le madri influenzino involontariamente il rapporto di questi con specifiche paure e con le fobie.