Sulla base del documento “DRAFT landscape of COVID-19 candidate vaccines” dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) aggiornato al 24 luglio, al momento risultano in sperimentazione ben 166 vaccini candidati contro il coronavirus SARS-CoV-2. 141 sono ancora nella fase pre-clinica, vengono cioè testati su cellule in provetta e modelli animali, mentre i restanti 25 sono entrati nella clinica, ovvero nella sperimentazione umana. Tra i più avanzati figurano l'Ad5-nCoV sviluppato dalla CanSino Biological Inc. in collaborazione con l'Istituto di Biotecnologie di Pechino e l'Accademia Militare delle Scienze cinese; l'mRNA-1273 messo a punto dalla società di biotecnologie Moderna Inc. assieme all’Istituto Nazionale per le Allergie e le Malattie Infettive (NIAID) guidato dall'immunologo di fama internazionale Anthony Fauci; e il ChAdOx1 (o AZD1222) dello Jenner Institute dell'Università di Oxford, realizzato in stretta collaborazione con l'azienda italiana Advent-Irbm (Pomezia) e prodotto dalla casa farmaceutica AstraZeneca.

Come funziona il vaccino di Oxford

Il “vaccino di Oxford”, come spesso viene chiamata la preparazione sperimentale AZD1222, è considerato il più promettente in assoluto e quello più vicino alla produzione di massa, benché in Cina abbiano già iniziato a distribuire al personale militare l'Ad5-nCoV. L'ottimismo è aumentato ulteriormente con la pubblicazione dello studio “Safety and immunogenicity of the ChAdOx1 nCoV-19 vaccine against SARS-CoV-2: a preliminary report of a phase 1/2, single-blind, randomised controlled trial” sull'autorevole rivista scientifica The Lancet, nel quale è stato dimostrato che il vaccino candidato determina la produzione di cellule T e di anticorpi neutralizzanti. La preparazione si basa su un adenovirus ingegnerizzato e inattivato – nello specifico uno che provoca il raffreddore negli scimpanzé – che viene utilizzato come “navetta” per trasportare la Proteina S o Spike del SARS-CoV-2. Il virus così trattato non può provocare alcuna infezione, ma presenta all'organismo la proteina chiave del coronavirus, addestrandolo a riconoscerla e a sviluppare (si spera) immunità. La Proteina S viene utilizzata dal patogeno emerso in Cina per agganciarsi al recettore ACE2 delle cellule umane, scardinare la parete cellulare come un grimaldello e riversare l'RNA virale all'interno, dando vita al processo di replicazione che determina l'infezione (COVID-19). Colpendo la Proteina S si impedisce al virus di legarsi alle cellule umane e lo si neutralizza; ecco perché il vaccino candidato di Oxford e molti altri si basano su questa tecnica. Ma sta davvero funzionando?

Efficacia e sicurezza del vaccino di Oxford

È ancora troppo presto per esprimersi sull'efficacia protettiva s sulla sicurezza della preparazione, ma i risultati pubblicati su The Lancet sono molto promettenti. Nello studio clinico di Fase 1-2, randomizzato, controllato e in cieco, sono stati coinvolti 1077 partecipanti in buona salute, con età compresa tra i 18 e i 55 anni. Tra il 23 aprile e il 21 maggio in 543 sono stati assegnati a ricevere una o due dosi del vaccino candidato, mentre i restanti 534 (il gruppo di controllo) hanno ricevuto un vaccino contro la meningite. I volontari trattati con l'AZD1222  non solo hanno sviluppato le cellule T contro il patogeno, ma anche gli anticorpi neutralizzanti. Solo una piccola parte (il 10 percento) dei partecipanti ha avuto bisogno di due dosi per avere una risposta anticorpale significativa. La presenza delle immunoglobuline è stata osservata fino al 56esimo giorno, quando la prima parte dello studio è stata conclusa per la pubblicazione. Il picco di cellule T è stato osservato dopo 14 giorni, mentre quello degli anticorpi dopo 28 giorni. “I risultati sono estremamente promettenti e crediamo che il tipo di risposta possa essere associata alla protezione”, ha dichiarato alla BBC il professor Andrew Pollard, tra i leader del gruppo di ricerca dell'ateneo britannico.

Quando sarà pronto il vaccino di Oxford

Al momento, come indicato, non è noto se il vaccino candidato determini effettivamente protezione; ciò dovrebbe essere chiaro solo dopo lo studio di Fase 3, che coinvolgerà 10mila persone nel Regno Unito, 5mila negli Stati Uniti, 3mila in Brasile e 2mila in Sud Africa. Si pensa anche ai cosiddetti “challenge trials”, ovvero infettare persone col coronavirus dopo averle vaccinate, ma al momento, non essendoci ancora una cura sicura, è considerato un passo poco etico e azzardato (benché vi siano oltre 30mila persone già disposte a fare da cavia). Per quanto concerne gli effetti collaterali, fortunatamente non ne sono stati evidenziati di gravi, ma i partecipanti hanno sperimentato febbre, mal di testa, dolore nel sito dell'iniezione e altre piccole reazioni, che secondo gli autori dello studio possono essere trattati agevolmente col paracetamolo. Se tutto andrà secondo i piani le prime milioni di dosi dovrebbero essere disponibili già entro la fine dell'anno, tuttavia saranno destinate a operatori sanitari, forze dell'ordine e fasce della popolazione più a rischio. La campagna vaccinale su larga scala potrebbe invece iniziare entro la primavera del 2021. Ma al momento sono solo ipotesi, dato che ancora siamo nel pieno della sperimentazione clinica.