Essere cardiopatici rappresenta un fattore di rischio particolarmente significativo nella mortalità della COVID-19, l'infezione scatenata dal coronavirus SARS-CoV-2. Per chi soffre di problemi di cuore, infatti, le probabilità di morire a causa del patogeno emerso in Cina (tra il 20 e il 25 novembre 2019, secondo uno studio del Campus BioMedico di Roma) salirebbero fino al 36 percento, contro il 15 percento dei pazienti contagiati (con polmonite) ma non cardiopatici.

A determinarlo è stato un gruppo di ricerca italiano guidato da scienziati dell'Università di Brescia, che ha condotto un'approfondita analisi sui pazienti con cardiopatie ricoverati per COVID-19. I ricercatori, coordinati dal professor Marco Metra, docente presso l'ateneo bresciano e Direttore dell'Unità di Cardiologia dell'ASST-Spedali Civili, hanno analizzato i dati di un centinaio di pazienti ricoverati tra l'inizio e la fine di marzo. Poco più della metà (53 percento) presentava una malattia cardiaca, mentre i restanti non erano cardiopatici. L'età media dei soggetti coinvolti nello studio era di 67 anni, e nella stragrande maggioranza dei casi si trattava di uomini (81 percento). Incrociando tutti i dati al termine del periodo di follow-up, durante il quale è deceduto circa un quarto dei ricoverati, è emerso un tasso di mortalità nettamente superiore per i pazienti con problemi di cuore.

“La nostra analisi ha mostrato che i pazienti Covid-19 con concomitante cardiopatia hanno una prognosi estremamente severa, significativamente peggiore di quella già grave dei non cardiopatici con polmonite da Covid-19”, ha dichiarato il professor Metra. “Cause principali di mortalità sono state la sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS), eventi tromboembolici, tra cui l'embolia polmonare, e lo shock settico”, ha aggiunto lo specialista. Nei pazienti cardiopatici il tasso di eventi tromboembolici è stato del 23 percento (contro il 6 percento dei non cardiopatici), mentre quello dello shock settico dell'11 percento (contro nessun caso tra i soggetti senza problemi di cuore). I risultati della ricerca italiana saranno presto pubblicati sull'autorevole rivista scientifica European Heart Journal (ESC).

Che la COVID-19 colpisse duramente il cuore è emerso anche da altri studi; una recente indagine coordinata da ricercatori della McGovern Medical School presso l'Università del Texas, ad esempio, ha dimostrato che l'infezione può causare danni permanenti al tessuto cardiaco, favorendo la comparsa di infezioni (miocarditi), aritmie, insufficienza cardiaca, vasculiti (ai vasi sanguigni) e altre condizioni potenzialmente letali, che possono manifestarsi anche in chi non ha problemi di cuore. Alla luce di queste complicanze, forse a causa della presenza di cellule cardiache che esprimono il recettore ACE2 cui si lega il virus, è verosimile che chi già soffre di cuore, se contagiato, vada incontro a una prognosi più sfavorevole.

Nel momento in cui stiamo scrivendo, sulla base della mappa interattiva messa a punto dagli scienziati dell'università americana Johns Hopkins, il coronavirus SARS-CoV-2 ha contagiato ufficialmente oltre 3milioni e 200mila persone e ne ha uccise quasi 230mila, delle quali 27.682 soltanto nel nostro Paese. Da quando è iniziata la triste conta dei decessi, gli specialisti di tutto il mondo hanno citato tra i fattori di rischio più rilevanti per la mortalità termini l'essere maschi, avere un'età avanzata e comorbilità, ovvero più patologie sottostanti. Fra quelle più indicate figurano il diabete, l'ipertensione e i problemi cardiaci al centro della ricerca italiana.