Le persone che si rifiutano di rispettare il distanziamento sociale, di indossare le mascherine e più in generale di seguire le misure introdotte per spezzare la catena dei contagi della pandemia di coronavirus SARS-CoV-2, tendono ad avere una ridotta capacità della memoria di lavoro. Quest'ultima è una componente della memoria a breve termine, ed è strettamente connessa alla prontezza del processo decisionale e al ragionamento. Maggiore è la quantità di informazioni che la nostra memoria di lavoro può contenere ed elaborare, e superiori sono le abilità mentali alla stregua dell'intelligenza e dell'apprendimento. In parole semplici, questa forma di memoria può dare un'indicazione delle nostre capacità cognitive. Pertanto, le persone che non vogliono rispettare le restrizioni per contenere la diffusione di una malattia pericolosa – che ha già contagiato oltre 13,1 milioni di persone e ne ha uccise 573mila – hanno una maggiore probabilità di presentare capacità cognitive ridotte.

A dimostrare il legame tra memoria di lavoro, consapevolezza dell'importanza delle misure per contrastare la pandemia e intenzione di seguire le regole è stato un team di ricerca americano guidato da scienziati dell'Università della California di Riverside, in collaborazione con i colleghi dell'Istituto Nazionale sui Disturbi Neurologici e Ictus presso i National Institutes of Health (NIH) di Bethesda. Gli scienziati, coordinati dal professor Weiwei Zhang, docente presso il Dipartimento di Psicologia dell'ateneo di californiano, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver condotto un sondaggio coinvolgendo 850 cittadini americani tra il 13 e il 25 marzo di quest'anno, quando la pandemia di coronavirus SARS-CoV-2 era in piena accelerazione negli Stati Uniti. Oggi, sulla base della mappa interattiva messa a punto dall'Università Johns Hopkins, sono il primo Paese al mondo per numero di contagi (oltre 3,3 milioni) e vittime, ben 135mila su un totale mondiale di quasi 600mila.

Zhang e colleghi hanno sottoposto ai partecipanti una serie di questionari di varia natura: oltre a domande di carattere demografico e socioeconomico (ad esempio su istruzione e reddito), sono state valutate l'intelligenza, le capacità mnemoniche, lo stato di ansia e stress in relazione alla pandemia, la personalità e la comprensione dell'importanza delle misure di contenimento come il distanziamento sociale. Incrociando i dati è emerso che le persone con una memoria di lavoro ridotta avevano maggiore probabilità di non capire i benefici del distanziamento sociale, e dunque di non seguire le raccomandazioni in tema di prevenzione di contagio, come appunto indossare le mascherine o non creare assembramenti.

“Le differenze individuali nella capacità della memoria di lavoro possono prevedere il rispetto del distanziamento sociale così come alcuni fattori sociali e i tratti della personalità”, ha spiegato il professor Zhang in un comunicato stampa dell'ateneo di Riverside. Secondo gli studiosi la scelta di non conformarsi alle raccomandazioni sarebbe legata a una incomprensione di fondo dei costi e dei benefici del distanziamento sociale e delle altre misure. Per questa ragione Zhang e colleghi suggeriscono alle autorità sanitarie di diffondere materiale informativo semplice, chiaro e conciso, che spieghi brevemente il perché dobbiamo indossare le mascherine e tenerci a distanza dagli altri, evitando spiegazioni in grado di confondere i "meno capaci" in termini di memoria di lavoro. Comportamenti come indossare la mascherina e mantenere le distanze, col tempo diventeranno un'abitudine sociale, e solo allora la memoria di lavoro non giocherà più il ruolo importante che ha adesso. I dettagli della ricerca “Working memory capacity predicts individual differences in social-distancing compliance during the COVID-19 pandemic in the United States” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica PNAS.