Dal 1960 al 2010 gli oceani del mondo hanno perduto il 2 percento dell'ossigeno disciolto, un valore altissimo e preoccupante se si tiene conto che il processo è avvenuto in soli 50 anni, un'inezia in termini geologici. La conseguenza di questa perdita è stata la nascita di tantissime “Zone Morte”, cioè aree dell'oceano in cui la concentrazione di ossigeno è pari zero o scarsissima, come in quella gigantesca (in media 15mila chilometri quadrati) presente nel Golfo del Messico, dove l'ossigeno disciolto è inferiore ai 2 milligrammi per litro. A causa della costante deossigenazione degli oceani si sono sviluppate ben 700 di queste zone, praticamente prive di vita: prima del 1960 se ne conoscevano soltanto 45.

A lanciare l'allarme sulla costante perdita di ossigeno negli oceani sono stati i due scienziati Dan Laffoley e J.M. Baxter del Global Marine and Polar Programme dell'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), un ente che si occupa di monitorare lo stato di conservazione delle specie e la “salute” del pianeta. Quello condotto dai due ricercatori è stato più grande studio peer reviewed mai condotto sulle cause, sull'impatto e sulle possibili soluzioni per arrestare il processo di deossigenzazione degli oceani, che si ripercuote non solo sulla salute degli ecosistemi, ma anche sulla catena alimentare, colpendo direttamente milioni di persone che basano il proprio sostentamento sulla pesca. La perdita di ossigeno interessa particolarmente i veloci pesci pelagici – come tonni e marlin – che sono molto sensibili alle riduzioni nelle concentrazioni, mentre vengono agevolate le specie che sopportano di più l'ipossia, come le meduse, i microorganismi e alcune specie di calamari. Ciò sconvolge gli equilibri degli ecosistemi marini e abbatte la produttività degli stessi.

Nel mirino degli scienziati ci sono i cambiamenti climatici, ma non solo. L'aumento delle temperature degli oceani catalizzato dal riscaldamento globale rende l'ossigeno meno solubile in acqua, dunque rispetto al passato ce n'è a disposizione una minore quantità, quando si mescolano gli strati superficiali con quelli delle profondità marine. Ma le zone morte sono associate anche ai composti azotati (i cosiddetti nutrienti) come nitriti e nitrati trasportati dai fiumi, che fanno letteralmente esplodere la proliferazione algale. Quando questa enorme biomassa muore e finisce sul fondo, si avvia il processo di decomposizione che sottrae ossigeno dall'acqua, fino a trasformare le aree di mare interessate in zone morte. Il Golfo del Messico è particolarmente colpito a causa dei composti trasportati dal Mississippi, che “preleva” le acque reflue delle numerosissime aziende agricole e degli allevamenti che si snodano lungo il suo corso.

“Stiamo assistendo a livelli sempre più bassi di ossigeno disciolto in vaste aree dell'oceano aperto. Questa è forse l'ultima chiamata per risvegliare l'umanità, mentre le emissioni di carbonio continuano ad aumentare”, ha dichiarato in un comunicato il professor Dan Laffoley. “L'esaurimento dell'ossigeno negli oceani è una minaccia per gli ecosistemi marini già stressati dal riscaldamento e dall'acidificazione. Per fermare la preoccupante espansione delle aree povere di ossigeno, dobbiamo ridurre drasticamente le emissioni di gas a effetto serra e l'inquinamento da nutrienti provenienti dall'agricoltura e da altre fonti”, ha sottolineato l'esperto. Il nuovo rapporto dell'IUCN, chiamato “Ocean deoxygenation: Everyone's problem”, è stato presentato a Madrid in occasione della Conferenza delle Parti (COP25) sui cambiamenti climatici.