Un farmaco progettato per il trattamento dell'osteoporosi riesce a prevenire la caduta dei capelli e ne aiuta persino la ricrescita. Lo ha dimostrato un team di ricerca dell'Università di Manchester, Regno Unito, che ha condotto una serie di esperimenti sui follicoli piliferi umani. I campioni testati in laboratorio sono stati donati da decine di pazienti sottoposti al trapianto dei capelli.

Il miracoloso medicinale, il cui nome tecnico è WAY-316606, è una piccola molecola che inibisce la proteina sFRP-1 (Secreted frizzled-related protein 1) secreta, un antagonista endogeno della glicoproteina secreta WNT. Grazie a questo meccanismo biologico WAY-316606 risulta molto efficace nel combattere l'osteoporosi, una condizione patologica in cui lo scheletro è portato a perdere massa ossea. È sufficiente una piccolissima concentrazione del composto per avviare effetti benefici sulla formazione ossea, come dimostrato in alcuni esperimenti condotti con modelli murini.

Normalmente la proteina sFRP-1 contrasta anche la formazione dei peli, per questo i ricercatori britannici hanno iniziato a valutare le proprietà del farmaco anche nel contrasto alla caduta di capelli. Ad oggi gli unici farmaci in grado di offrire qualche risultato contro la caduta dei capelli dell'uomo – a causa dell'alopecia androgenetica – sono il minoxidil e la finasteride, tuttavia, oltre non essere esattamente efficaci, mostrano il fianco anche a fastidiosi effetti collaterali. I test condotti con WAY-316606 risultano invece estremamente incoraggianti, anche se prima di passare alla fase clinica, cioè ai test direttamente sull'essere umano, sarà necessario valutarne la sicurezza.

Recentemente gli stessi ricercatori dell'Università di Manchester, in collaborazione con i colleghi dell'Istituto Italiano di Tecnologia (Iit) di Genova, hanno dimostrato che incentivare l'autofagia, cioè il meccanismo biologico che rimuove la ‘spazzatura' cellulare, potrebbe ritardare la caduta dei capelli e mantenerli vitali molto più a lungo di quanto avviene normalmente. I dettagli della nuova ricerca britannica sono stati pubblicati sull'autorevole rivista scientifica PloS Biology.