Ricercatori dell'Università di Harvard e dell'Università della California-Davis hanno ipotizzato l'esistenza di un nuovo oggetto celeste, che hanno deciso di chiamare “synestia”. Una synestia, il cui nome deriva dalla fusione dei termini greci syn (unione) ed Estia, ovvero la dea della casa e del focolare, non sarebbe altro che un immenso disco rotante di roccia vaporizzata, generato dalla collisione di corpi celesti di enormi dimensioni, come ad esempio due pianeti.

I planetologi che hanno teorizzato l'esistenza della synestia, ovvero i dottori Sarah Stewart e Simon Lock, sono giunti a questa conclusione avvalendosi di un complesso modello matematico, attraverso il quale hanno calcolato cosa può accadere quando due corpi celesti giganteschi impattano fra loro, ed entrambi sono dotati di grandissima energia e un elevato momento angolare. Quest'ultimo, in parole semplici, è una grandezza fisica vettoriale legata al moto di rotazione tipico degli oggetti spaziali.

Dai risultati è emerso che una synestia può formarsi se parte del materiale proiettato dalla catastrofica collisione mantiene il suddetto momento angolare. Il mix di roccia liquefatta e vaporizzata si espanderebbe e ruoterebbe a una velocità tale da generare una sorta di gigantesca ciambella senza buco. Altri studi in passato avevano associato simili collisioni alla formazione dei dischi, come quelli caratteristici di Saturno.

In base ai calcoli dei ricercatori la formazione delle synestie dovrebbe essere un evento piuttosto comune nello spazio, e anche la Terra, nelle sue fasi primordiali, dovrebbe essere transitata per questa curiosa forma. Stewart e Lock ipotizzano però che per un corpo celeste come il nostro tale processo dovrebbe pochissimo, circa cento anni, un vero e proprio battito di ciglia in termini astronomici. Sarebbe invece più duraturo quando le collisioni riguardano oggetti più grandi e caldi, come i giganti gassosi (alla stregua di Giove e Saturno) o le stelle.

Ad oggi nessuno ha osservato una synestia nello spazio, tuttavia i ricercatori sono convinti che è possibile trovarne in altri sistemi stellari al di fuori del nostro. Le speranze, come per moltissimi altri studi astronomici, sono tutte riposte nei nuovi telescopi (spaziali e non) che dovrebbero diventare operativi a partire dal 2018. I dettagli dell'affascinante ricerca americana sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Journal of Geophysical Research: Planets della American Geophysical Union.

[Illustrazione di UCDAVIS]