I provvedimenti contenuti nel DPCM del 24 ottobre, come la chiusura alle 18 di bar e ristoranti, sono stati decisi per “disincentivare le persone ad uscire di casa” nel tentativo di invertire la curva dei contagi e scongiurare il rischio di trovarsi di fronte a un nuovo lockdown. Da qui la decisione di ridurre al massimo le attività “meno necessarie” che, dal punto di vista epidemiologico, rappresentano alcune delle circostanze che possono esporre a un maggior rischio di infezione. Un aspetto, quest’ultimo, che in un clima di conflitto politico e malessere sociale rischia di passare in secondo piano ma che, in ogni caso, dovrebbe farci riflettere su quelle che sono le modalità di trasmissione del virus.

Rispetto ai primi mesi della pandemia, quando si riteneva che la principale modalità di contagio fosse l’esposizione alle goccioline respiratorie (droplet) che inaliamo quando siamo a stretto contatto con un positivo, sappiamo che gli spazi chiusi e poco ventilati possono determinare un alto rischio di contagio. Questo perché, quando respiriamo, parliamo o cantiamo (oppure attraverso un colpo di tosse o uno starnuto), oltre alle goccioline di dimensioni relativamente più grandi, emettiamo goccioline molto più piccole (aerosol) che possono rimanere sospese anche per ore, oppure essere facilmente trasportate dai flussi d’aria.

Quando questo si verifica, è quindi possibile che la trasmissione del virus avvenga anche se ci troviamo a metri di distanza da un positivo. In altre parole, Sars-Cov-2 può trasmettersi pure attraverso aerosol, con il rischio di contagio per via aerea che evidentemente aumenta quando ci troviamo senza mascherina. In tal senso, nei luoghi pubblici dove si consumano cibi o bevande, questo rischio è inevitabilmente maggiore perché, quando si mangia e si beve, le mascherine non possono essere indossate.

Un esempio molto utile per comprendere la dinamica di contagio attraverso aerosol è quello del focolaio scoppiato nello Stato di Washington nel mese di marzo, in occasione di una sessione di prove di un coro all’interno di una chiesa, dove un singolo positivo al coronavirus è riuscito da solo a infettare 53 persone su 61 coristi, due dei quali sono deceduti. Un altro esempio, ripreso dai Center for Disease Control and Prevention (CDC), l’agenzia federale che si occupa della salute pubblica negli Stati Uniti, riguarda un’indagine condotta su 154 persone risultate positive al coronavirus nel mese di luglio. Secondo i dati raccolti, queste persone avevano il doppio della probabilità di aver cenato in un ristorante nelle due settimane precedenti alla comparsa dei sintomi di Covid-19.

Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato che, in spazi chiusi e non adeguatamente ventilati, la trasmissione del virus via aerosol non può essere esclusa, sottolineando la necessità di un maggiore numero di studi per investigare su questa modalità trasmissione e capirne le implicazioni.