Un ragazzo paraplegico è riuscito ad alzarsi in piedi (con un supporto) e a muovere le gambe dopo anni di riabilitazione con un trattamento innovativo. Si tratta di un traguardo storico che dona nuove speranze per il potenziale recupero dalle paralisi, sebbene un risultato definitivo sia ancora lontano. Il giovane protagonista della vicenda, lo statunitense Andrew Meas, si fratturò il collo quando aveva 28 anni dopo una rovinosa caduta in moto, e da allora restò paralizzato agli arti inferiori.

Dopo 21 mesi di riabilitazione standard non ottenne alcun beneficio, così fu coinvolto assieme ad altri tre pazienti in un progetto di ricerca all'avanguardia del Kentucky Spinal Cord Injury Research Center dell'Università di Louisville, uno dei centri d'eccellenza al mondo nel trattamento delle lesioni spinali. Meas fu sottoposto a una tecnica sperimentale chiamata scES, acronimo di “Stimolo epidurale del midollo spinale”, un trattamento invasivo basato sulla stimolazione elettrica – da inviare durante gli allenamenti – con un dispositivo impiantato direttamente nella colonna vertebrale.

Durante i 44 lunghi mesi di riabilitazione il ragazzo non solo è riuscito a muovere le gambe e a sollevare le ginocchia senza l'ausilio della corrente elettrica, ma anche ad alzarsi in piedi e a stare su una sola gamba, naturalmente col sostegno di un supporto. “Questo trattamento può ripristinare il controllo volontario del movimento e della posizione dopo la completa paralisi negli esseri umani, anche anni dopo la lesione. Ciò dovrebbe aprire nuove opportunità di riabilitazione”, ha sottolineato la dottoressa Susan Harkema, principale autrice dello studio dedicato al percorso riabilitativo di Meas.

La combinazione tra attività fisica e stimoli elettrici della scES sembrerebbe permettere la rimodellazione delle connessioni neurali lungo il midollo spinale, riattivando così la funzione motoria nei pazienti paraplegici. I risultati ottenuti dall'istituto americano suggeriscono che il sistema nervoso umano possa recuperare da gravi lesioni del midollo spinale anche anni dopo le lesioni. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati su Scientific Reports.

[Credit: Università di Louisville]