Ricercatori dell'Università McGill di Montreal hanno dimostrato che avere difficoltà nel riconoscere gli odori può indicare lo sviluppo del morbo di Alzheimer o di altre forme di demenza. La scoperta degli studiosi canadesi potrebbe sfociare nella creazione di kit diagnostici (di base) espressamente pensati per questa famiglia di patologie neurodegenerative, i cui costi e l'invasività sarebbero sensibilmente ridotti rispetto ai metodi tradizionali, come il prelievo del fluido cerebrospinale attraverso iniezioni lombari. Quest'ultimo esame, ad esempio, potrebbe essere effettuato soltanto nei pazienti che presentano determinati disturbi olfattivi.

Il team di ricerca, coordinato dalla dottoressa Marie-Elyse Lafaille-Magnan, è giunto a questa conclusione dopo aver coinvolto in una specifica indagine 274 persone sane, tutte con marcato rischio di sviluppare demenza a causa di legami parentali con malati e con un'età media di 63 anni. A tutti i partecipanti è stato somministrato un test messo a punto dall'Università della Pennsylvania, nel quale era necessario discernere tra l'odore della gomma da masticare, quello della benzina e quello del limone. Un centinaio di volontari si sono anche sottoposti al prelievo del fluido cerebrospinale, al fine di verificare le concentrazioni delle sostanze comunemente associate al morbo di Alzheimer e patologie affini, come ad esempio la proteina tau.

Dai risultati è emerso che le persone con maggiori difficoltà nel riconoscere gli odori erano anche quelle che presentavano i livelli più elevati di proteine legate alle patologie neurodegenerative. Secondo gli studiosi si trattava di un dato atteso in quanto tra le prime aree cerebrali aggredite dal morbo di Alzheimer vi sono proprio quelle legate all'olfatto, come la corteccia entorinale. Poiché la perdita di memoria è uno degli effetti più tardivi ad apparire nei malati di demenza, che potrebbero soffrire della patologia già da venti anni, riuscire a sapere con largo anticipo lo sviluppo della patologia potrebbe ad esempio coadiuvare le terapie di supporto, oltre che ridurre la gravità dei sintomi anche del 50 percento. Saranno necessari ulteriori test per mettere a punto un kit definitivo, senza sottovalutare il fatto che i disturbi olfattivi possono avere molteplici origini, come il cancro o il morbo di Parkinson. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Neurology.