Una commissione internazionale composta da 24 esperti mondiali di malattie neurodegenerative ha determinato che un caso di demenza su tre può essere prevenuto agevolmente, modificando il proprio stile di vita sin dalla gioventù. Gli studiosi, riuniti sotto l'egida dell'autorevole rivista scientifica The Lancet, sono giunti a questa conclusione dopo aver analizzato a fondo tutte le ricerche condotte sino ad oggi in tema di prevenzione e terapia della demenza, una condizione che attualmente colpisce 47 milioni di persone nel mondo, ma che diventeranno 66 milioni nel 2030 e ben 115 milioni nel 2050.

I ricercatori, che hanno presentato i risultati della propria indagine in occasione della Conferenza Internazionale dell'Associazione Alzheimer (AAIC) 2017, attualmente in corso di svolgimento a Londra, hanno individuato nove distinti fattori di rischio per la demenza, ciascuno legato a differenti fasi della vita: gioventù, mezza età e terza età. Tra essi vi sono il basso livello di istruzione, il mancato trattamento della perdita dell'udito, l'ipertensione, l'obesità, il vizio del fumo, il diabete e l'isolamento. Il 35 percento delle diagnosi di demenza scaturisce proprio da uno di questi fattori.

Per gli autori della ricerca, coordinati dal professor Lon Schneider, docente presso l'autorevole Keck School of Medicine presso l'Università della California del Sud (USC), si può abbattere il rischio di ammalarsi del 20 percento studiando da giovani e alimentandosi in maniera sana ed equilibrata, al fine di prevenire problemi come l'ipertensione. Il rischio può essere ridotto di un ulteriore 15 percento facendo attività fisica, favorendo i contatti sociali e trattando problemi di salute come il diabete.

“C'è stata una grande attenzione nello sviluppo di farmaci per prevenire la demenza, inclusa la malattia di Alzheimer – ha sottolineato il professor Schneider – ma non possiamo perdere di vista i veri e propri progressi che abbiamo già fatto nel trattamento della demenza, compresi gli approcci preventivi”. Gli studiosi hanno analizzato anche gli effetti delle terapie farmacologiche a base di antipsicotici, spesso utilizzati per contrastare agitazione e aggressività nei pazienti. Dall'analisi statistica è emerso che gli interventi psicologici, sociali e ambientali, come ad esempio un aumento dei contatti con le altre persone, offrivano maggiori benefici rispetto ai farmaci, finiti talvolta sul banco degli imputati per l'aumento nei rischi di eventi cardiovascolari e morte. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica The Lancet.