Anche quest’anno si festeggia l’Earth Day, la giornata dedicata alla sensibilizzazione ai temi dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. Ma come celebreremo l’Earth Day nel 2030, l’anno della “tempesta perfetta” secondo un saggio recentemente pubblicato da due economisti italiani? Seguendo le indicazioni di un preoccupante rapporto di John Beddington, a capo dei consulenti scientifici del governo britannico, secondo cui entro il 2030 il mondo dovrà affrontare “una crisi globale gravissima, con milioni di vittime”, Gianluca Comin e Donato Speroni hanno provato a individuare le sfide e le minacce che dovremo affrontare in meno di vent’anni. Se queste minacce si realizzeranno, le conseguenze per tutti noi potrebbero essere gravissime.

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2030 La tempesta perfetta fa il punto sul mondo di oggi e su quello di domani, in una prospettiva temporale molto ravvicinata rispetto alle tradizionali proiezioni del 2050. Per una ragione precisa: se nel 2050 l’umanità si sarà probabilmente avviata verso un nuovo modello di convivenza sul nostro pianeta, che oggi non riusciamo a prevedere per via dell’orizzonte temporale troppo lontano, entro il 2030 l’attuale modello sociale entrerà in una crisi profonda, con conseguenze disastrose. I due autori non sono, del resto, delle Cassandre qualunque: Gianluca Comin, già responsabile della relazioni esterne dell’Enel, è esperto di comunicazione strategica; Donato Speroni è invece un giornalista economico e dirigente di Eni e Istat. I dati a cui attingono sono quindi i più aggiornati e attendibili disponibili su piazza. E non sono buoni.

Sovrappopolazione e cambiamento climatico.

Qualche mese fa, la Terra ha superato la boa dei 7 miliardi di abitanti. Una cifra destinata a crescere, superando gli 8 miliardi nel 2050 e i 9 miliardi nel 2100. Ma con distribuzioni molto diverse. Da un lato, l’Europa e – in misura minore – gli Stati Uniti si troveranno già entro vent’anni con un tasso di ricambio della popolazione al di sotto della soglia di equilibrio (pari a 2,1), per cui ci saranno sempre meno nati. La società sarà sempre più vecchia, ma in Europa dovrebbe restare competitiva grazie all’apporto crescente di masse provenienti dai Paesi in via di sviluppo. Soprattutto dall’Africa, dove la popolazione crescerà dall’attuale miliardo fino a 3 miliardi in pochi decenni, provocando esodi biblici verso l’Occidente. E se da un lato questi esodi colmeranno i vuoti lasciati da una società invecchiata, le tensioni provocate dalla difficile convivenza con culture diverse cresceranno in modo preoccupante.

Alluvione

Nel 2030 saremo riusciti a tagliare le emissioni di gas serra del 15% rispetto ai valori del 1990, ma sarà troppo poco rispetto alle percentuali richieste a Kyoto e Copenaghen (fino al 40%), soprattutto considerando che il totale di emissioni di Cina e India aumenterà, e molti paesi in via di sviluppo useranno la scusa della crescita e della povertà per girare la testa dall’altra parte. Il risultato sarà una concentrazione di anidride carbonica in atmosfera che raggiungerà la soglia critica delle 450 parti per milione. L’effetto serra provocherà conseguenze sempre più disastrose soprattutto, come sempre, nei paesi più poveri del Sud del mondo. Siccità spaventose nel Sahel e nel Corno d’Africa, aumento della desertificazione, inondazioni lungo i delta dei principali fiumi – Mississippi, Nilo, Niger, Tigri ed Eufrate – insieme a uragani e alluvioni di intensità sempre maggiore. La temperatura media sarà aumentata di 0,5° C ed entro la fine del secolo raggiungerà +2° C rispetto al 2000. Lo scioglimento dei ghiacci continuerà la sua corsa inarrestabile provocando un aumento del livello degli oceani fino a tre metri, con conseguenze incalcolabili.

Energia, acqua, cibo: fonti non rinnovabili?

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La crisi energetica arriverà, nel 2030, a un punto critico. La riduzione dei consumi in Occidente, spinta dall’attuale crisi economica e da più incisive politiche di efficienza energetica, sarà tuttavia compensata negativamente dall’aumento del fabbisogno di Cina e India. Il picco del petrolio, ormai superato, spingerà a gettarsi sul gas naturale, le cui riserve si esauriranno tuttavia nel giro di un paio di decenni appena, e sui biocarburanti. Senza una seria politica di ricerca sulla fusione nucleare, nemmeno il naturale miglioramento della capacità delle fonti rinnovabili compenserà la scarsità energetica con la quale convivremo entro vent’anni, sufficiente a creare tensioni preoccupanti tra le potenze mondiali.

Acqua e cibo non basteranno per tutti. Duecento anni fa, Malthus aveva previsto che le risorse naturali non avrebbero soddisfatto il fabbisogno di una popolazione in costante crescita, che avrebbe subito ricorrenti carestie con milioni di morti. Una profezia per fortuna smentita, soprattutto grazie al fatto che di lì a poco la civiltà umana sarebbe entrata nell’epoca dello sfruttamento intensivo dei combustibili fossili. Ora che quest’epoca volge al tramonto, la produzione alimentare nel 2030 non riuscirà più a tenere il passo. Da un lato l’aumento della popolazione, dall’altro l’impiego indiscriminato di biocombustibili in sostituzione del petrolio, e infine l’aumento della domanda di carne dai paesi in via di sviluppo, porterà nel 2030 il fabbisogno di grano a un aumento del 45% rispetto a oggi. I coraggiosi sforzi per aumentare la produzione agricola saranno frustrati dalla penuria d’acqua, effetto del riscaldamento globale e dell’esaurimento di molte falde acquifere a causa dell’agricoltura intensiva. Alcuni paesi godranno di un aumento della produttività, mentre molti altri – soprattutto nelle regioni oppresse dalla carenza idrica – combatteranno con la ricorrente perdita dei raccolti. Nel 2030 ci saranno 200 milioni di persone sull’orlo della morte per fame, e per molte altre centinaia di milioni una carestia di breve durata avrà la stessa conseguenza. La riduzione dei consumi di carne e lo sviluppo di colture idroponiche, che richiedono fino al 90% di acqua in meno, potranno forse salvarci da questo scenario.

Crisi economiche e crisi geopolitiche.

Comin e Speroni

La situazione economica non migliorerà affatto. Entrata in una fase di crisi già alcuni anni fa, nel 2030 continuerà a vedere l’Occidente alle prese con un’economia stagnante, a fronte della crescita dei cosiddetti Brics, mentre in Africa sub-sahariana oltre il 50% dei giovani si ritroverà senza lavoro. Senza una netta presa di posizione per un’inversione di rotta nel modello di crescita attualmente dominante, il mondo potrà forse convivere per qualche decennio con la crisi, ma non ne uscirà, se non con tutte le ossa rotte. Messe insieme, tutte queste problematiche acuiranno una crisi geopolitica che, se oggi non è ancora all’orizzonte, non tarderà a profilarsi di fronte all’aumento del gap tra ricchi e poveri, tra Nord e Sud, tra coloro che sono integrati nella civiltà tecnologia contemporanea e chi ne è rimasto tagliato fuori. Insurrezioni interne non tarderanno a scatenarsi in India e Cina, dove tra l’altro per allora emergerà un gravissimo disagio sociale come conseguenza della politica del figlio unico, per cui almeno 16 milioni di maschi si ritroveranno senza una controparte. Il Medio Oriente, tra lotta per assicurarsi l’approvvigionamento del petrolio in esaurimento e la penuria idrica, diventerà una regione ancora più turbolenta. Questo nel migliore dei casi.

Nel frattempo, però, non mancano segnali positivi. In Occidente si comincia a mettere in dubbio la bontà del paradigma per cui la crescita va calcolata solo sulla base dell’indicatore del Pil, e grandi economisti premi Nobel sono oggi attentamente ascoltati dai governi, interessati a sviluppare nuovi modelli sociali, per una “crescita felice” che ricorda l’idea della “decrescita felice” di Serge Latouche, ma non volta le spalle alle promesse della globalizzazione. Del resto, ragionano Comin e Speroni, la rivoluzione tecnologica degli ultimi anni, con l’avvento dei telefoni cellulari, di Internet, dei social network, ma anche delle linee low cost e dei treni ad alta velocità, ha avuto un impatto positivo impensabile solo pochi decenni fa. Si tratta cioè di “innovazioni che tendono al «più umano» e non al «meno umano»”, secondo gli autori. Può essere che tra vent’anni queste tecnologie spingano a una rivoluzione sociale oggi solo ipotizzabile, per esempio attraverso la sostituzione della democrazia rappresentativa con nuove forme che prevedano la partecipazione diretta dei cittadini alla governance attraverso gli strumenti informatici. La “speranza new global” di cui parlano Comin e Speroni potrebbe essere l’unica capace di minimizzare i danni che la nave-Terra sarà destinata a subire nella tempesta perfetta del 2030.