25 Agosto 2011
11:19

Quando saremo nove miliardi e servirà il doppio dell'acqua

In questi giorni si sta svolgendo a Stoccolma la Settimana Mondiale dell’Acqua, in cui è stato fatto il punto sulla drammatica situazione idrica del pianeta: il cambiamento si è ormai reso necessario.
A cura di Nadia Vitali

Se è vero che viviamo nel ventunesimo secolo, con un sapere scientifico e tecnico che ormai sta sfiorando punte che fino a pochi decenni fa potevano solo essere immaginate da fantasiosi creatori di storie, allora l'indignazione ed il dolore da provare di fronte alla notizia che c'è ancora chi muore di carestie e siccità dovrebbe essere acuito dalla considerazione che anche noi, fortunati abitanti della parte ricca del globo, siamo indiretti responsabili delle sorti di quelle povere genti, a causa del nostro benessere (benessere che, in verità, sembra essere destinato al tramonto anche per noi).

E se i potenti della Terra, certamente non i comuni cittadini, hanno interessi ad impoverire delle zone, sfruttandone la popolazione o, più semplicemente, ignorandone le sorti, giacché non costituiscono una potenziale fonte di profitto, senz'altro il piccolo contributo del singolo individuo se proprio non può incidere direttamente sulle aberrazioni che si consumano quotidianamente a centinaia di chilometri dall'Europa Occidentale, può tuttavia aiutare ad instaurare dei comportamenti che, alla lunga, portino finalmente a dei significativi progressi per tutti.

Purtroppo sono davvero in pochi, nel nostro paese, ad aver compreso quanto gli sprechi e l'inquinamento abbiano delle conseguenze nefaste sul pianeta, sia in termini ambientali, sia, purtroppo, in termini umani. Così, mentre i nostri occhi erano tutti puntati sulla crisi dei mercati finanziari, crisi che come nel 2008 si ritroveranno a pagare principalmente i più affamati della Terra, la tragedia della siccità in Somalia continuava a mietere vittime tra la popolazione e gli animali; e tra la generale indifferenza. Quella che si sta consumando nel Corno d'Africa è una tragedia di proporzioni inimmaginabili e non è la sola, purtroppo: stando a quanto dichiarato a Stoccolma, in occasione della Settimana Mondiale dell'Acqua, apertasi il 21 agosto, attualmente 1 miliardo e 600 milioni di persone vivono in zone colpite da siccità, quota che salirà rapidamente a 2 miliardi, se tutto resterà come adesso. Lo afferma un rapporto del Programma delle Nazioni Unite per per l'Ambiente in collaborazione con l'Istituto Internazionale per la gestione dell'acqua.

Le attuali attività agricole, tra cui non dimentichiamo i biocarburanti che hanno sostituito in molte zone le colture alimentari tradizionali al fine di creare nuove forme di energia per le nostre automobili, unite alla inarrestabile urbanizzazione che priva di potenziali suoli da coltivare e ai regimi alimentari attuali che non risparmiano gli sprechi, sono tutti fattori che andranno modificati in vista di quando, nel 2050, ci ritroveremo sul pianeta in 9 miliardi. Nove miliardi di individui che, se non si interviene con adeguate politiche e nuove tecnologie, dovranno essere nutriti tramite un'agricoltura che necessiterà del 90% di acqua in più di adesso.

Inoltre l'aumento delle classi medie nelle città contribuisce al consumo di acqua mentre sono 830 milioni le persone che, pur vivendo nelle zone urbane, «mancano dei servizi di base per l'approvvigionamento idrico. Ciò costituisce la seconda causa di mortalità infantile e contribuisce alla mortalità delle madri» come ha sottolineato, all'apertura della conferenza il ministro degli Aiuti internazionali della Svezia, Gunilla Carlsson. La necessità, dunque, di un cambiamento rapido ed incisivo è piuttosto incalzante, se non vogliamo ritrovarci nel giro di pochi decenni a corto di riserve: gli investimenti nelle infrastrutture idriche sono necessari, ma a questo affianchiamo il nostro comportamento responsabile, diminuendo sprechi e tenendo sempre deste le nostre coscienze sul fatto che siamo solo una piccolissima parte di un mondo che per nutrire e far stare bene noi, sta andando sempre più giù. (fonte Corriere)

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