in foto: Dolly, imbalsamata ed esposta al National Museum of Scotland

Il 5 luglio di vent'anni fa, presso il Roslin Institute, pochi chilometri da Edimburgo, veniva al mondo il primo mammifero clonato con successo da una cellula somatica: il suo nome, come l'opinione pubblica ebbe modo di conoscere diversi mesi dopo quando ci fu l'annuncio ufficiale, era Dolly; la sua fama era destinata a durare ben oltre i sette anni di vita che la pecora trascorse nello stesso istituto in cui era nata.

Come venne clonata Dolly.

Dolly aveva il DNA identico a quello di sua “madre”, una pecora di sei anni che donò la sua cellula mammaria; altre due furono le sue madri, ossia quella dalla quale venne ricavata una cellula embrionale successivamente privata del proprio nucleo, nel quale vennero impiantante le “informazioni” provenienti dalla cellula adulta, e la madre surrogata.

I “padri” possono essere considerati Ian Wilmut e Keith Campbell che, assieme ai colleghi dell'istituto scozzese, effettuarono il trasferimento nucleare delle cellule somatiche, riuscendo in un'impresa che aveva già visto al lavoro gli scienziati nei decenni precedenti.

Clonazioni precedenti.

Tra i biologi che avevano iniziato a lavorare sulla clonazione c'era stato John B. Gurdon che, tra la fine degli anni '50 e l'inizio degli anni '60, aveva portato avanti degli esperimenti utilizzando la tecnica del trasferimento nucleare per clonare alcuni esemplari di rane: fu un successo, il punto di partenza per la ricerca sulle staminali e sulle cellule staminali pluripotenti indotte che gli avrebbe fatto meritare il Nobel per la Medicina e la Fisiologia, conquistato nel 2012 assieme al collega Shinya Yamanaka. Il “caso Dolly”, però, rappresentò una vera rivoluzione, dal momento che fu la prima volta che la tecnica venne estesa anche ad un mammifero.

I problemi di salute di Dolly.

Il fatto di essersi serviti di una cellula adulta per la clonazione, sollevò immediatamente un dubbio negli scienziati: come si poteva escludere che Dolly non andasse incontro ad invecchiamento precoce? I telomeri di Dolly, la parte terminale dei cromosomi fondamentale per conservare le informazioni genetiche al momento della duplicazione, potevano essere già piuttosto accorciati al momento della sua nascita, così come lo erano nella madre donatrice della cellula somatica: l'invecchiamento provoca, infatti, l'accorciamento progressivo dei telomeri, come hanno dimostrato diversi studi.

In effetti le pecore della razza Finn Dorset come Dolly hanno un'aspettativa di vita mediamente di 11 o 12 anni: la pecora clonata, invece, venne abbattuta quando non aveva ancora compiuto sette anni, il 14 febbraio del 2003, a causa di una grave malattia polmonare. Dolly aveva manifestato abbastanza precocemente anche una forma di artrite. Secondo l'opinione di alcuni, il fatto che sia morta a sei anni è proprio diretta conseguenza del fatto che la pecora sia nata già vecchia, con un'età genetica di sei anni.

Il Roslin Institute, comunque, ha sempre sostenuto che non ci fosse alcuna connessione tra la morte precoce di Dolly e la sua particolare nascita.

Il futuro della clonazione.

Dopo Dolly, gli scienziati non hanno abbandonato la strada della clonazione ma, anzi, continuano a percorrerla anche con aspettative per il futuro interessanti: da una parte c'è chi spera che la clonazione possa aiutare a salvaguardare animali in via di estinzione, dall'altra uno scenario futuro alimentare potrebbe veder arrivare sulle nostre tavole della carne clonata da consumare. Su quest'ultima la questione è, naturalmente, ancora aperta così come fonte di dibattito, ma anche di inquietudine, è la possibilità che ciò porti, un giorno, alla clonazione umana; ipotesi ancora molto lontana dal diventare concreta.