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Non è un mistero per nessuno l’esistenza, nel sottosuolo di Napoli, di quella città sotto la città che, a seconda dei periodi storici, ha avuto alterne fortune e differenti utilità. Prima ci furono le immense cisterne dell’acquedotto la cui manutenzione era affidata a uomini che consumavano buona parte delle proprie esistenze nel buio dei cunicoli sotterranei, i pozzari: strette gallerie collegavano tra esse le cisterne, costruendo un reticolato analogo a quello della pianta cittadina, con le grandi riserve d’acqua corrispondenti ai palazzi in cui gli abitanti prelevavano grazie dei pozzi domestici. Un eccellente sistema idrico, per l’epoca, non privo tuttavia di alcune controindicazioni: facilmente si poteva alterare la qualità dell’acqua gettando carogne di animali al suo interno (e non è assolutamente escluso che i pozzari si servissero di questa caratteristica per praticare forme di estorsione) così come, con relativa frequenza, epidemie di colera poteva diffondersi in città attraverso l’acqua che si beveva. Così, quando nel 1885 venne adottato il nuovo acquedotto dopo l’ennesima flagellante epidemia, il dedalo sotterraneo venne abbandonato: soltanto la sciagura della guerra restituì alla città di sotto la sua vitale importanza, quando, nel 1939, le gallerie vennero adattate per fornire ricovero alla popolazione durante i bombardamenti aerei. Poi, quando cessò il rumore delle bombe, cessò anche la vita segreta nel ventre della terra e il sottosuolo divenne il deposito delle macerie, cimitero di una città distrutta dal conflitto, ansiosa di seppellire al più presto dolorosi ricordi.

Il tunnel borbonico

Di significato ben differente era la magnifica opera infrastrutturale del tunnel borbonico, «un viadotto militare sotterraneo di metà ottocento» i cui lavori di costruzione iniziarono nell’aprile del 1853, diretti dall’architetto Errico Alvino su incarico del sovrano Ferdinando II di Borbone. Nelle intenzioni del Re, il tunnel doveva rappresentare un percorso rapido per i soldati in difesa della reggia (che poco distante avevano il proprio quartier generale) e per la stessa fuga della famiglia Reale, in caso di grave pericolo: i moti del 1848 erano troppo recenti perché il monarca non pensasse alla sicurezza per sé e per i suoi. Nel progetto lo scavo aveva sezione trapezoidale, con larghezza e altezza di 12 metri; il percorso sarebbe stato suddiviso in due gallerie per gli opposti sensi di marcia. Tali gallerie dovevano essere ampie, ciascuna 4 metri e separate da un sottile parapetto con tanto di lampioni per l’illuminazione a gas e dotate infine di marciapiedi laterali larghi 2 metri.

Torce e candele per illuminare l'oscurità del sottosuolo; picconi, martelli e cunei per scavare a mano nella roccia: questi erano i soli strumenti utilizzati. Nel corso dei lavori, diverse volte il tunnel incontrò i rami dell'acquedotto ancora attivo all'epoca e, per aggirare l'ostacolo evitando di lasciare i palazzi privi di approvvigionamento idrico, ingegnosi lavori idraulici spostarono il passaggio dell'acqua a quote inferiori rispetto a quella in cui avrebbe dovuto transitare la galleria. In realtà lo scavo non arrivò mai fino a Palazzo Reale e rimase anche senza uscita fino all'inizio della II guerra mondiale; inaugurato nel 1855 con tanto di addobbi ed illuminazioni venne più volte modificato e proseguito, finché le mutate circostanze economiche e politiche conseguenti all'Unità d'Italia decretarono la fine definitiva dei lavori.

Il ritorno "alla luce"

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A partire dal 1939 il tunnel divenne il rifugio dei napoletani assieme agli ampi ambienti delle cisterne limitrofe: in essi anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, allora poco meno che ventenne, fu tra quanti trascorsero le ore drammatiche in cui gli alleati prima e i tedeschi poi bombardavano la città. Poi, a guerra finita, il tunnel borbonico divenne deposito giudiziario del Comune dove, assieme alle macerie rimosse dai conflitti, vennero ammassati anche i materiali provenienti da crolli, sfratti e sequestri. Oggi, ad oltre centocinquant'anni dal progetto di Ferdinando di Borbone, il tunnel è restituito a nuova vita, visitabile attraverso un percorso che, dai cunicoli e le cave dell'acquedotto originario, portano verso la grande opera. Il percorso è arricchito da elementi  estremamente suggestivi, come la base di un pozzo dove sono accumulate centinaia di conchiglie utilizzate nell'800 da un orafo per realizzare cammei e bottoni o una cisterna ricca di maioliche; le piccole edicole votive scolpite nella roccia dalle mani dei pozzari, testimonianza della devozione religiosa dell'epoca. Infine, il passaggio in un'enorme cavità attraverso un ponte  di legno ed una teleferica, entrambi sospesi a sei metri di altezza e la traversata in zattera nel canale della vecchia Linea Tramviaria Rapida (progetto iniziato negli anni '80 e mai portato a termine). Dietro una visita turistica spettacolare (ed unica nel suo genere) si cela il lavoro dell'associazione culturale che ha curato il recupero anche di alcune aree dell'acquedotto senza beneficiare di alcuna forma di aiuto o sostegno istituzionale: il progetto ha vita propria e nasce dall'interesse e dalla passione di quanti si dedicano ad esso liberamente.

I lavori, finanziati esclusivamente dai componenti dell'Associazione Culturale Borbonica Sotterranea, iniziarono pochi anni fa quando, nell'ambito di verifiche statiche e lavori di messa in sicurezza delle cavità per conto del Commissariato di Governo per l'Emergenza Sottosuolo, il tunnel si presentò in tutto il suo degrado ed abbandono, invaso dai detriti legati alla costruzione della Linea Tramiviaria Rapida: per cinque anni, una parte degli ambienti è stati ripulita e liberata dalle macerie, illuminata e resa fruibile per i turisti in una passeggiata estremamente suggestiva e che non comporta grosse difficoltà.

Nel 2007 i geologi che lavoravano nel tunnel scoprirono un passaggio murato che lo divideva da un’altra grande cavità che era stata utilizzata come ricovero bellico: qui venne rinvenuto un altro accesso ai ricoveri, che nel Seicento costituiva già un ingresso al sottosuolo. Il passaggio veniva utilizzato dai pozzari ed era una scala stretta di un'ottantina di gradini: il presidente dell'Associazione, il geologo Gianluca Minin, insieme ai suoi collaboratori, intuì che la scala che si intravedeva tra i detriti a 30 metri di profondità potesse essere liberata; ci vollero sei mesi di lavoro per ripulirla ed oggi questo accesso costituisce uno dei due ingressi principali al Tunnel Borbonico. Negli anni successivi, poi, il tunnel ha restituito altri frammenti di storia: non solo ricoveri, ma anche statue, vecchie automobili e motoveicoli, oltre che il relitto di archeologia industriale che è il canale della Linea tramiviaria. Il passato di una città che non ha mai abbandonato quel ventre dal quale essa stessa è stata generata, scavata nella pietra prima sotto e poi sopra.