Alle sue spalle, nella penombra del Wired Dome, fulcro del villaggio allestito a Milano dalla rivista Wired per il suo primo festival sul futuro, migliaia di puntini rossi si legano tra loro attraverso lunghi fili luminosi. Che si tratti della mappa dei voli sui cieli degli Stati Uniti, dei tweet sulle elezioni italiane o dei flussi epidemiologici del virus H1N1, l’immagine cambia di poco: connessioni e interconnessioni che seguono uno schema, che gravitano intorno a poli ben precisi. Alessandro Vespignani – Alex per i colleghi americani – è abituato a leggere il mondo attraverso questi schemi: i sistemi complessi, come i grandi aggregati umani, seguono delle ricorsività che possono essere previste, se si sa come leggerle. E negli ultimi anni abbiamo cominciato a saperlo fare, grazie alle tecnologie informatiche. Ciascuno di noi, ogni giorno, produce dati. Dati che possono essere utilizzati per capire da che parte spira il vento. “Lo abbiamo fatto con un programma simile a X-Factor, negli USA”, spiega Vespignani. “Nella serata finale, ci è bastato analizzare i picchi di tweet dedicati a ogni concorrente per capire chi sarebbe stato eliminato a ogni turno. I primi a chiamarci sono stati i bookmakers: le agenzie di scommesse volevano che smettessimo, perché gli stavamo togliendo il lavoro”. Ma se gli allibratori guardano ai modelli di Vespignani con timore, altri si aspettano grandi cose dalle sue possibilità predittive.

Cosa ci riveleranno i Big Data

Al termine della conferenza, incontriamo Alessandro Vespignani per capirne di più. Studi alla Sapienza di Roma, ricercatore a Yale, Leida e Parigi, dove ha lavorato per il centro nazionale delle ricerche francesi, ora insegna informatica, fisica e statistica all’Indiana University, negli Stati Uniti, dove dirige il Centro di ricerca sulle reti e i sistemi complessi ed è direttore associato al Pervasive Technology Institute. Ma ha mantenuto un piede ben saldo in Italia, dove collabora con l’ISI, la fondazione per l’interscambio scientifico di Torino. Un curriculum impressionante che lo rende uno dei guru mondiali della branca sempre più importante dei sistemi complessi, quelli in cui l’insieme delle parti, una volta interconnesse, porta all’emergere di una struttura organizzata. “Succede con le formiche, ma anche con gli esseri umani”, spiega. Centinaia di migliaia o milioni di esseri umani possono essere studiati grazie ai dati che producono. Ricerche su Google, hashtag su Twitter, interessi su Facebook, segnali GPS e così via. Enormi masse di dati che ci rivelano quali sono le tendenze future. “Siamo in grado di prevedere come si diffonderà la prossima pandemia virale, studiando le dinamiche di spostamento tra i continenti”, promette Vespignani illustrando un planisfero ricoperto da linee transoceaniche. Sono i movimenti di persone portatrici di un virus diffuso a Londra durante le ultime Olimpiadi. Per fortuna è uno scenario di fantasia: se fosse stato reale, le vittime sarebbero potute essere milioni. Per questo, prevedere tali scenari in anticipo significa anche salvare vite umane.

Alessandro Vespignani.
in foto: Alessandro Vespignani.

Qualcuno non manca di far notare il possibile cattivo uso che potrebbe essere fatto dei nostri dati. Oggi, i grandi data center permettono a chi entra in possesso dei dati che ci riguardano di sapere in tempo reale dove siamo, cosa facciamo, magari anche cosa pensiamo, in base alle nostre ricerche su Google. “La preoccupazione riguardo gli aspetti di privacy ed etica di sistemi di questo tipo è molto forte”, ammette Vespignani. “Come al solito, però, dobbiamo metterci in testa che questo tipo di ricerca è un’evoluzione naturale del nostro mondo, e che anzi più è portato avanti da ricercatori e scienziati in una visione di open science, meno corriamo il rischio di avere realmente dei fenomeni di controllo o manipolazione sociale”. Oggi le predizioni fatte attraverso i dati immessi da ogni utente del mondo tramite PC, tablet o smartphone non sono ancora perfette, anche perché un gran numero di persone è ancora tagliato fuori: non produce dati. “Per riempire questi buchi, lavoriamo con tutte le tecniche disponibili di inferenza statistica; ma è impressionante come questi buchi si riducano di giorno in giorno”, sostiene Vespignani. “Pensare al fatto che i nostri cellulari si agganciassero al segnale GPS in ogni momento della giornata era una cosa inconcepibile solo pochi anni fa, oggi invece la maggior parte del traffico di dati dai satelliti di posizionamento proviene dagli smartphone. E la penetrazione di Internet nei pesi in via di sviluppo sta diventando capillare”. È lo stesso problema che decenni fa aveva angustiato i pionieri dei sondaggi telefonici. Oggi nessuno se lo pone più, perché tutti hanno un telefono. E Vespignani è pronto a scommettere che entro pochi anni tutti avranno un dispositivo connesso a Internet.

Simulare il mondo per prevederlo

Dalle previsioni dei concorrenti esclusi in ogni puntata di un talent-show alla predizione del prossimo picco epidemico o della prossima crisi economica, il passo è lungo. Per cercare di accorciare le distanze, Alessandro Vespignani è stato tra i principali proponenti di FuturICT, un progetto di rara ambizione, il cui scopo consisteva nel creare un vero e proprio simulatore virtuale dell’umanità attraverso i dati prodotti dagli utenti, per riuscire a prevedere il futuro dei sistemi sociali anche su scale di molti anni. Ma il Living Earth Simulator, come lo avevano chiamato, non aveva convinto la Commissione europea, incaricata di selezionare i destinatari di un finanziamento da un miliardo di euro per la “big idea” del decennio a venire. Una sconfitta che brucia ancora tra i proponenti di FuturICT, ma Vespignani è convinto che si andrà avanti: “FuturICT è arrivata terza in una gara dove inizialmente erano state accolte sessanta idee, e questo dev’essere visto come un dato molto positivo. Ora bisogna riserrare i ranghi. FuturICT era ed è un grande progetto, una visione scientifica portata avanti da centinaia di istituzioni in tutto il mondo e ora bisogna trovare, attraverso altre forme di finanziamento, il modo di proseguire. Negli Stati Uniti come in Europa, l’attività continua grazie alla realizzazione di una sinergia tra la ricerca accademica e quella delle grandi companies che si occupano di dati”.

Non si tratta di creare una versione più ambiziosa del famoso videogame Sim City: “La lettura del Living Earth Simulator come un grande simulatore del globo è un po’ pretestuosa”, chiarisce Vespignani. “Non era quella la sua vera funzione, ma quella di creare un’idea olistica dei sistemi sociali, che sono interconnessi alle infrastrutture e ai sistemi di conoscenza. L’idea era quella di mettere a disposizione degli strumenti di policy-making più avanzati di quelli a disposizione oggi, che non sono quasi mai quantitativi”. La grande sfida, infatti, non è solo la previsione, ma anche la possibilità di anticipare gli scenari futuri: “La scienza è in grado oggi di prevedere il percorso di un uragano, ma non può far nulla per fermarlo. Con i sistemi sociali è diverso. Una previsione produce un feedback che può modificare il sistema oggetto della previsione”. Il futuro, insomma, può anche essere cambiato.