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Futures Studies: quando i sociologi diventano futurologi

In forte crescita la branca della sociologia che studia il modo di predire eventi futuri attraverso l’analisi delle dinamiche umane.
A cura di Roberto Paura
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Come sarà il mondo nel 2050? Difficile dirlo, ma qualcuno ci sta provando utilizzando i metodi d’indagine delle scienze sociali per elaborare scenari e previsioni che potranno influenzare le politiche dei prossimi anni. Lo fa per esempio l’influente Club di Roma, che nel 1972 pubblicò il famosissimo “Rapporto sui limiti dello sviluppo”, opera dall’impatto enorme per le sue previsioni sui limiti del mito della crescita perpetua. L’anno scorso, in occasione del quarantennale del rapporto, il Club di Roma – che riunisce in tutto il mondo importanti pensatori sul tema del futuro sostenibile –  ha promosso lo studio del norvegese Jorgen Randers 2052, che contiene importanti previsioni sul futuro del mondo da qui ai prossimi quarant’anni (e di cui è appena uscita l’edizione italiana). Nel nostro paese la branca dei futures studies, gli studi sul futuro, o meglio sui futuri (possibili e/o auspicabili), stenta a decollare, ma qualcuno ci lavora con costanza da un po’ di tempo: è il caso dei sociologi Roberto Poli, dell’Università di Trento, e Simone Arnaldi, dell’Università di Padova, che hanno recentemente pubblicato un libro scritto a quattro mani, La previsione sociale. Introduzione allo studio dei futuri (Carocci editore).

Un futuro sociale

“La sociologia ci ricorda che il futuro umano è sempre e comunque un futuro sociale e che la dimensione umana è fondamentale per anticipare, e costruire, il futuro”, spiega il professor Analdi a Fanpage. Ciò nonostante, ricorda Roberto Poli, “la maggior parte dei sociologi ha preferito non impegnarsi esplicitamente in indagini sul futuro: a differenza ad esempio degli economisti che fanno continuamente previsioni (di diverso tipo: le previsioni econometriche -come per esempio il valore del PIL l’anno prossimo – non sono della stessa natura delle previsioni degli economisti teorici o di quelle degli aziendalisti) i sociologi di norma preferiscono astenersi dallo studio del futuro”. Tra i pochi italiani, il professor Poli cita Eleonora Masini dell’Università Gregoriana di Roma, per molti anni presidente della WFSF, la World Futures Studies Federation, “una delle tre principali organizzazioni internazionali di studi sul futuro”. Mosche bianche, ammette Arnaldi, ma che “hanno contribuito in modo determinante all'evoluzione degli studi sul futuro, sottolineandone proprio la dimensione sociale”.

Simone Arnaldi, Università di Padova.
Simone Arnaldi, Università di Padova.

Qui sta la differenza principale tra il lavoro di previsione sociale e i tipi di studi predittivi di altre discipline. “Per capire il lavoro dei futuristi è indispensabile distinguere fra previsione in senso stretto e anticipazione”, spiega Poli. “Il modo forse migliore per vederne le differenze è confrontare il lavoro degli econometrici (che tipicamente lavorano per i governi o le grandi istituzioni finanziarie e ci dicono che l’anno prossimo l’inflazione sarà x o il pil y) con quello dei futuristi. Gli econometrici macinano quantità enormi di dati e forniscono risposte che si basano su tre caratteristiche principali: una finestra temporale breve (sei mesi-un anno; due anni sono già problematici, tre assomigliano ad un azzardo), un risultato espresso in forma quantitativa (un numero) e un’assunzione di continuità per cui il sistema di cui stiamo parlando continuerà a lavorare più o meno nello stesso modo in cui ha lavorato sinora. I futuristi negano tutte e tre queste assunzioni: sono più interessati a finestre temporali di medio lungo periodo (10-15 anni, o finestre anche più lunghe); per questo motivo di solito devono ricorrere a un mix di informazioni quantitative e qualitative; inoltre sono più interessati alle discontinuità che alle continuità (le novità, i cambiamenti sono posti al centro dell’attenzione). Quello che ci interessa veramente sono i modi in cui un sistema può cambiare”.

Futuri possibili e futuri auspicabili

Gli sforzi in questo senso sono diversi: si va dalla cosiddetta ‘cliodinamica’, introdotta da Peter Turchin, convinto sostenitore della possibilità di individuare e predire ricorrenze storiche attraverso la matematica, all’analisi dei Big Data, che secondo alcuni nascondono il segreto della previsione dei comportamenti umani. “Ma la previsione sociale ha in realtà cercato di identificare tecniche e approcci diversi da quelli delle scienze esatte”, chiarisce Simone Arnaldi. “In particolare, quando si parla di previsione sociale, non bisogna dimenticare che il futuro umano è anche questione di valori, desideri, azioni dei singoli e delle collettività. Come conseguenza, i futures studies hanno sottolineato come per la ricerca sul futuro sia altrettanto importante lavorare per costruire futuri inclusivi e socialmente sostenibili, insomma per produrre cambiamento sociale”. La pensa così anche Poli, che fa un confronto tra i modelli di previsione sociale e quelli usati per esempio nel settore dei cambiamenti climatici e delle loro conseguenze: “Le assunzioni e i principi che si usano nei due casi sono molto diversi”, spiega. “I metodi climatici usano approssimazioni asintotiche a lunghissima gittata (cercano cioè di estrarre gli attrattori delle dinamiche che loro studiano), in modo da riuscire a vedere verso dove stanno andando i fenomeni che stanno studiando. Si tratta di modelli utilissimi perché ci allertano con molto anticipo sui problemi che ci troveremo ad affrontare. Ad esempio, sappiamo che nei prossimi decenni la mancanza di acqua diventerà un problema centrale. Sapendolo (e in realtà lo sappiamo) potremmo incominciare a sviluppare strategie che ne allevino gli aspetti più problematici. Le anticipazioni sociali devono considerare anche altri piani. La differenza principale fra previsioni scientifiche e anticipazioni sociali è che le prime cercano di fornire certezze (il clima sta cambiando in questo e questo modo, la disponibilità di acqua sta calando), mentre le seconde aiutano a gestire l’incertezza del presente”.

Roberto Poli dell'Università di Trento.
Roberto Poli dell'Università di Trento.

È per questo che i sociologi preferiscono parlare di futures studies al plurale: “Studi sui futuri, non sul futuro, perché non sappiamo quale sarà il futuro che diventerà reale”, sottolinea il professor Poli. “In fin dei conti noi studiamo il futuro per riuscire a decidere meglio oggi. Per questa ragione, tutta la strategia dei futuristi si riassume nell’approntare metodi (come gli scenari) per visualizzare i principali futuri possibili (senza sapere quale di essi diventerà reale), usando questa informazione sui modi in cui il futuro potrà presentarsi per costruire strategie più robuste”. Qualcuno, in Italia, comincia a investire nel settore. È il caso della Telecom, per esempio, che ha messo su un Future Centre all’avanguardia per l’analisi degli scenari futuri nell’ambito dell’innovazione tecnologica (e non solo). Ma anche dell’Università di Trento che ha istituito su un gruppo di studio battezzato SoFor – Social Foresight (“previsione sociale” appunto) presso il Dipartimento di Sociologia. “L’Italia ha avuto alcune figure di primo piano”, riconosce Roberto Poli, ricordando Aurelio Paccei, padre fondatore del Club di Roma. “Come Paese, però, non è stata all’altezza delle sue figure migliori e né l’amministrazione pubblica né le aziende italiane hanno imparato ad usare sistematicamente strumenti previsivi e anticipanti per sviluppare strategie robuste”. Ben diverso lo scenario internazionale: solo in Europa, centri di future studies sono attivi in Danimarca, Svezia e Regno Unito, dove il governo si è dotato anche di un ufficio per l’elaborazione di scenari previsionali di lungo periodo.

Senza dimenticare la dimensione etica della riflessione sul futuro. Come spiega Arnaldi, “se la previsione è anche produzione del cambiamento, allora includere i diversi valori e coloro che ne sono portatori nella riflessione (e produzione) del futuro costituisce un aspetto di importanza fondamentale perché i futuri siano realmente aperti e inclusivi”. E, aggiunge Poli, “se la previsione sociale è fondamentalmente un modo di guardare avanti (ai futuri) per decidere meglio oggi, in forme più consapevoli e con una maggiore attenzione alle conseguenze che emergono dalle nostre decisioni, l’intero ambito della previsione sociale contribuisce allo sviluppo di un atteggiamento eticamente sensibile e maturo”. Studiare i futuri probabili per scegliere il miglior futuro possibile, insomma: “La stessa etica, d’altronde, è strutturalmente orientata al futuro: senza futuro, la stessa distinzione fra i valori del bene e del male vacilla”.

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