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in foto: Credit: Siga

Trasformare una vespa velutina in una sorta di Cavallo di Troia tecnologico per individuare il nido da cui proviene ed eliminarlo sistematicamente. È questa la fantasiosa ma efficace strategia alla base del progetto “Life StopVespa”, messo a punto per debellare la minaccia dell'aggressivo calabrone asiatico (Vespa velutina). Si tratta di una specie aliena introdotta in Francia nel 2004 e diffusasi anche in alcune regioni italiane, dove si è già resa protagonista di alcune punture mortali e casi di shock anafilattico. L'imenottero, inoltre, è un “big killer” di api domestiche (Apis mellifera), che sono già fortemente minacciate in tutto il mondo a causa della misteriosa "sindrome da spopolamento degli alveari", legata all'utilizzo dei pesticidi neonicotinoidi.

Per queste ragioni gli scienziati stanno lavorando alacremente per eliminare i dannosi calabroni “alieni” dal nostro territorio. La tecnica del “Cavallo di Troia” è stata sviluppata dai ricercatori Marco Porporato e Simone Lioy del Dipartimento di Scienze Agrarie Forestali e Alimentari dell'Università di Torino, che hanno collaborato a stretto contatto con Riccardo Maggiora e Daniele Milanesio del Dipartimento di Elettronica del Politecnico torinese. Ma come funziona esattamente? Gli scienziati devono innanzitutto catturare con un retino un esemplare della specie incriminata, facilmente distinguibile dal comune calabrone europeo (Vespa crabro) da un occhio esperto.

Credit: LifeStopVespa
in foto: Credit: LifeStopVespa

Dopo aver portato in laboratorio l'imenottero, gli studiosi gli applicano con una colla per interventi odontoiatrici una microscopica antenna sul prosoma (il “dorso” del calabrone), e poi lo rimettono in natura nello stesso punto in cui è stato catturato. La micro-antenna funziona come un tag trasponder e invia il proprio segnale a un radar armonico, che in pratica riesce a tenere traccia degli spostamenti del calabrone in modo non dissimile da sofisticati sistemi GPS installati nei radiocollari per il monitoraggio della fauna selvatica. Seguendone gli spostamenti dell'esemplare liberato i ricercatori possono determinare le esatte coordinate del nido da cui proviene e intervenire per l'eradicazione. La procedura, finanziata dall'Unione Europea, ha già avuto successo numerose volte; sono già 600 i nidi distrutti nel corso del 2018. Le squadre continueranno a lavorare per tutto il periodo autunnale, fin quando le condizioni meteorologiche lo consentiranno.