Sushi e sashimi sono piatti a base di pesce crudo (e altri “frutti” del mare) diventati molto popolari negli ultimi anni, ma il loro consumo può nascondere diverse insidie, se la materia prima non viene trattata rispettando specifiche procedure. La più importante è il cosiddetto abbattimento, cioè la conservazione nell'abbattitore per almeno 24 ore a una temperatura che non superi i – 20° C. Il congelamento è necessario – e obbligatorio – per uccidere eventuali vermi parassiti, batteri e altri patogeni potenzialmente presenti nel pesce, e dunque serve a renderlo sicuro per il consumo. Nei Paesi in cui le norme sono più lasse e quando ci si affida allo sconsigliato fai-da-te, tuttavia, si può andare incontro a spiacevoli infezioni. Per quanto concerne il sushi e il sashimi, la più temuta è indubbiamente l'anisakidiosi, causata da vermi nematodi appartenenti alla famiglia Anisakidae (tra i quali il più diffuso è l'Anisakis simplex). Una volta ingerite, le larve di questi vermi possono determinare forti dolori addominali, diarrea con sangue, orticaria e febbre, mentre le complicanze – legate anche al fatto che le larve possono scavare i tessuti – possono sfociare in lesioni, perforazioni e occlusioni intestinali, peritonite e persino lo shock anafilattico.

Recentemente è balzato agli onori della cronaca il caso di una ragazza di 25 anni trattata presso l'ospedale internazionale St. Luke di Tokyo, dove si è recata dopo aver sperimentato per cinque giorni dolore e irritazione alla faringe (a seguito del consumo di sashimi). Gli esami del sangue sono risultati perfettamente nella norma, ma osservando attentamente l'orofaringe i medici del nosocomio nipponico si sono accorti della presenza di un verme nero che si muoveva al di sopra della tonsilla sinistra. Era lungo 3,8 centimetri e aveva uno spessore di un millimetro. È stato prontamente rimosso con l'ausilio di una pinzetta. Dall'analisi morfologica e dai test di laboratorio (PCR e DNA), è stato determinato che la donna era stata infettata da un verme nematode chiamato Pseudoterranova azarasi, anch'esso un membro della famiglia Anisakidae.

Come scritto nel “case report” dai medici Sho Fukui, Takahiro Matsuo e Nobuyoshi Mori, del Dipartimento di Malattie Infettive e del Centro di Immuno-Reumatologia dell'ospedale giapponese, questo verme parassita è noto in letteratura scientifica per aver causato circa 700 infezioni in Giappone, Paesi del Nord Pacifico, Sud America e Paesi Bassi, principalmente da larve al terzo stadio consumate attraverso il pesce crudo. Normalmente però colpisce lo stomaco e altre porzioni del tratto digerente inferiore, esattamente come i vermi del genere Anisakis, mentre le infezioni del cavo orofaringeo sono molto meno diffuse. La donna giapponese aveva sulla tonsilla un esemplare al quarto stadio che stava concludendo la “muta” (è stata trovata una lunga cuticola associata al verme).

Fortunatamente, come indicato dagli scienziati, lo Pseudoterranova azarasi provoca sintomi decisamente meno seri della vera anisakidiosi, in particolar modo quando aggredisce l'orofaringe, causando semplice formicolio e irritazione alla gola, oltre che tosse. La rimozione del parassita, inoltre, è molto più semplice se si trova in gola (basta una pinzetta), e si può anche soprassedere sul trattamento farmacologico, se i medici lo ritengono opportuno. Poiché non è facile diagnosticare lo Pseudoterranova azarasi attraverso i test di laboratorio, gli autori del case report sottolineano che si deve fare attenzione soprattutto alle caratteristiche morfologiche. Il verme è infatti più grande del classico Anisakis simplex, inoltre è di colore nero, mentre l'altro è bianco. Subito dopo la rimozione del verme i sintomi della donna sono migliorati ed è stata prontamente dimessa. I dettagli del case report sono stati pubblicati sulla rivista scientifica The American Journal of Tropical Medicine and Hygiene