Sulla base del documento “Draft landscape of COVID-19 candidate vaccines” messo a punto dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nel momento in cui stiamo scrivendo ci sono 201 vaccini candidati in sperimentazione contro il coronavirus SARS-CoV-2. La maggior parte di essi (156) si trova nella cosiddetta sperimentazione preclinica, viene cioè testato su modelli animali e cellule in provetta, mentre i restanti 45 vengono già testati sull'uomo. Alcuni di questi ultimi sono nel vivo della Fase 3, quella che, previa approvazione delle autorità competenti, precede l'immissione sul mercato. Ci sono ottime speranze per il vaccino di Oxford e altre preparazioni, ma molto interesse stanno suscitando anche alcune di quelle più "indietro" sulla tabella di marcia. Una di esse, ad esempio, è stata in grado di produrre anticorpi neutralizzanti nei topi in concentrazioni 10 volte superiori a quelle rilevate nei pazienti guariti dalla COVID-19, l'infezione scatenata dal patogeno.

A mettere a punto il vaccino sperimentale ultrapotente è stato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati dell'Università di Washington, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi dell'Università della Carolina del Nord di Chapel Hill, del Washington National Primate Research Center di Seattle, del Babraham Research Campus di Cambridge, del Dipartimento di Malattie Infettive dell'Imperial College di Londra e di altri istituti. Gli scienziati, coordinati dalle dottoresse specializzate in Biochimica Alexandra Walls e Brooke Fiala, hanno sviluppato il vaccino basandosi su nanoparticelle autoassemblanti costruite grazie a una tecnologia computazionale della UW Medicine. In parole semplici, il vaccino è stato progettato al computer. Queste nanoparticelle proteiche mostrano ben 60 copie del dominio di legame del recettore della glicoproteina (RBD), una porzione cruciale della proteina S o Spike che il SARS-CoV-2 sfrutta per legarsi al recettore ACE2 delle cellule umane, disgregare la parete cellulare, riversare all'interno l'RNA virale e dare inizio al processo di replicazione, che a sua volta scatena l'infezione. È un punto nevralgico da colpire se si vuole impedire al coronavirus di attaccare le cellule e dunque di infettarle.

La struttura molecolare del vaccino candidato basato sulle nanoparticelle è molto simile a quella di un virus, anche per questo quando viene iniettato scatena una risposta anticorpale estremamente potente. Testato su topi, come indicato ha prodotto una risposta 10 volte maggiore di quella osservata in persone infettate dal coronavirus. Il risultato lo si ottiene anche con dosi piuttosto basse. Se ciò non bastasse, la preparazione determina anche una forte risposta delle cellule B, che giocano un ruolo prezioso nella “memoria immunitaria”. In pratica, nel caso in cui risultasse sicuro ed efficace, il vaccino potrebbe determinare una forte e duratura protezione contro il coronavirus SARS-CoV-2. Proprio quello che serve per abbattere la pandemia che ha messo in ginocchio il mondo intero.

“Speriamo che la nostra piattaforma di nanoparticelle possa aiutare a combattere questa pandemia che sta causando così tanti danni al nostro mondo”, ha dichiarato il professor Neil King, colui che ha inventato la tecnologia per progettare vaccini computazionali presso l'Institute for Protein Design presso UW Medicine. “La potenza, la stabilità e la producibilità di questo vaccino candidato lo differenziano da molti altri in sviluppo”, ha aggiunto lo scienziato. I dettagli della ricerca “Elicitation of potent neutralizing antibody responses by designed protein nanoparticle vaccines for SARS-CoV-2” sono in via di pubblicazione sulla rivista Cell.