Credit: TNG Collaboration
in foto: Credit: TNG Collaboration

Nello spazio profondo è stata scoperta una nube di gas pura prodotta dal Big Bang, l'evento che circa 14 miliardi di anni fa ha dato il via al processo di espansione dell'Universo. A individuarla un team di ricerca internazionale guidato da studiosi del Centro per l'Astrofisica e il Supercalcolo dell'Università di tecnologia Swinburne (Australia), che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi del Dipartimento di Chimica e Fisica presso il Saint Michael's College e del Centro di astronomia extragalattica dell'Università di Durham.

Gli scienziati, coordinati dal professor Michael Murphy, docente presso l'ateneo dello Stato di Victoria, per intercettare questo “fossile spaziale” hanno sfruttato i due potentissimi telescopi riflettori dell'Osservatorio W. M. Keck, sito in cima al vulcano Mauna Kea alle Hawaii. Si tratta di due dei più grandi strumenti che operano nella luce visibile, grazie allo specchio da 10 metri di diametro. Poiché la nube di gas non è direttamente visibile, è stata osservata sfruttando la luce di un oggetto lontanissimo alle sue spalle, un quasar. Dal suo spettro di assorbimento gli scienziati hanno determinato diverse caratteristiche dell'antichissima reliquia.

Ma come fanno gli studiosi a sapere che si tratta di un residuo del Big Bang? La ragione risiede nel fatto che tutto il gas dell'Universo normalmente è contaminato da metalli pesanti, legati alle esplosioni stellari (supernovae) che lo proiettano ovunque. Questa nube risulta essere invece incontaminata, e per almeno 1,5 miliardi di anni dal Big Bang sicuramente non è stata esposta ai metalli espulsi dalle stelle. Se dovessero esserci, spiegano gli studiosi, avrebbero una concentrazione pari a 1/10.000 di quella presente sul Sole, dunque infinetesima.

Attraverso la tecnica dei quasar gli scienziati sperano di trovare altre reliquie come quella appena scoperta, e studiandole potrebbero riuscire a capire come mai alcune nubi di gas danno vita alle stelle e altre continuano a fluttuare inerti nello spazio profondo. Nel 2011 per puro caso furono scoperte le prime due reliquie del Big Bang, ma adesso si conosce un metodo sitematico che può aiutarci a rintracciarle altrove. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sul sito dell'ateneo australiano e su ArXiv, in attesa della pubblicazione su Monthly Notices of the Royal Astronomical Society.