Per Holmberg, ricercatore presso la University of Gothenburg con la pietra runica di Rök
in foto: Per Holmberg, ricercatore presso la University of Gothenburg con la pietra runica di Rök

La pietra runica di Rök fu eretta attorno all'800 nella provincia svedese di Östergötland: fin dalla sua scoperta, è stata considerata il più antico esempio di letteratura svedese, divenendo la più celebre iscrizione in alfabeto runico, ossia l'antico sistema di scrittura utilizzato dalle popolazioni germaniche. Da molto tempo nota agli studiosi – venne alla luce, tra le mura di una Chiesa, nel XIX secolo – è stata recentemente oggetto di nuove indagini che hanno portato ad inaspettate conclusioni, tali da costringere a ripensare completamente l'interpretazione tradizionale attribuita allo scritto. Fino ad oggi si è sostenuto che il monumento riportasse storie di eroi, re e guerre: e invece, a quanto pare, parla proprio di se stesso. Possibile?

Un'iscrizione fraintesa

Le difficoltà interpretative sono legate alla natura stessa del testo, che sembrerebbe quasi scritto da una persona intenzionata a non farsi comprendere del tutto o, quanto meno, ad utilizzare un sistema cifrato. Le ricerche condotte in precedenza avevano portato a concludere che sulla pietra runica di Rök fossero state impresse, da un tale Varin, antiche gesta eroiche.

La nuova ricerca, guidata da Per Holmberg dell'università di Gothenburg, mostrerebbe invece che la pietra di Rök sarebbe molto simile a molti altri monumenti analoghi dell'età vichinga che, per lo più, recano iscrizioni relative a se stesse. Quasi dieci anni fa, il professor Bo Ralph aveva già posto il problema: il linguista sosteneva che il passo interpretato come menzione dell'imperatore ostrogoto Teodorico il Grande fosse in realtà frutto di un errore di lettura, favorito da un certo nazionalismo celebrativo. Quello che era andato perduto, a causa di questo equivoco, era il significato dell'intera iscrizione.

Un messaggio per i posteri (senza epica)

Come spesso può accadere, condizionati dalla volontà di trovare qualcosa che già si conosceva, gli studiosi sarebbero andati completamente fuori strada, probabilmente anche a causa dell'inusuale lunghezza dell'iscrizione. Del resto, cosa ci si aspetta da una popolazione antica, se non la narrazione di leggende di cavalieri, dei e donzelle? E invece, a quanto pare, qualcosa di rilevante era sfuggito: niente onore e niente battaglie e, a quanto pare, nessun riferimento al Teodorico il Grande (che, per intenderci, fu sovrano durante l'età dei cosiddetti regni romano-barbarici). Invece un messaggio riguardante la scrittura stessa che ci dice come questa tecnologia, che ci distingue dagli altri esseri viventi, sia in grado di aiutarci a consegnare all'eternità la memoria di quelli che passano su questa Terra.

Monumento funebre

Sì perché quello che spinse Varinn a scrivere sulla pietra fu la volontà di lasciare una traccia del suo figlio scomparso, secondo quanto già sostenuto in passato dagli studiosi: per farlo, però, non alluse a guerre ed eroi ma esclusivamente ad azioni linguistiche. Addirittura – evidenziano gli studiosi – i 24 re ai quali si riferisce la parte terminale della pietra sarebbero non sovrani bensì i 24 segni che compongono lo stesso alfabeto runico. E questo ci dice molto sui vichinghi.