Un paziente su dieci con infezione da coronavirus SARS-CoV-2 torna in ospedale entro una settimana dalla visita al pronto soccorso, durante la quale i medici avevano stabilito di rimandarlo a casa. Si tratta di una statistica molto significativa, poiché doppia rispetto alla percentuale di pazienti dimessi dai pronto soccorso e poi ricoverati in ospedale pochi giorni dopo per altre condizioni di salute. Ciò non dipende da decisioni sbagliate prese dai medici, bensì dall'imprevedibilità dell'evoluzione della COVID-19, l'infezione causata dal patogeno emerso in Cina, che può aggravarsi repentinamente anche in chi viene mandato a casa per seguire una terapia domiciliare.

A determinare che il 10 percento dei pazienti con COVID-19 torna in ospedale dopo una prima visita al pronto soccorso è stato un team di ricerca della Scuola di Medicina Perelman presso l'Università della Pennsylvania, che ha analizzato i dati di oltre 1.400 pazienti recatisi in un centro di emergenza nell'area di Philadelphia tra il 1 marzo e il 28 maggio di quest'anno. Tutti i soggetti coinvolti nello studio sono stati sottoposti al tampone-rinofaringeo e sono risultati positivi al coronavirus SARS-CoV-2, ma le loro condizioni di salute iniziali sono state considerate tali da permettere la terapia domiciliare, e non il ricovero.

Dall'analisi dei dati è emerso che il 4,7 percento dei pazienti è tornato in ospedale ed è stato ricoverato a soli tre giorni dalla visita al pronto soccorso, mentre un ulteriore 3,9 percento è stato ricoverato a una settimana dalla prima visita. Ciò significa che quasi un paziente su dieci con COVID-19 è costretto al ricovero entro sette giorni dopo essere stato rimandato a casa. Gli scienziati, coordinati dal professor Austin S. Kilaru, medico d'emergenza del National Clinician Scholars Program dell'Università della Pennsylvania e del VA Medical Center, hanno determinato che la presenza di febbre e bassi livelli di pulsossimetria (saturazione dell'ossigeno nel sangue) erano i sintomi che più di tutti prevedevano un ritorno in ospedale.

Anche l'età dei pazienti giocava un ruolo molto significativo. Chi aveva più di 60 anni aveva un rischio cinque volte più elevato di recarsi in ospedale rispetto ai giovani tra i 18 e i 39 anni, mentre chi aveva tra i 40 e i 59 anni lo aveva triplo. Per chi aveva una saturazione dell'ossigeno bassa il rischio era quadruplo rispetto a chi lo aveva normale, e triplo per chi aveva febbre rispetto a chi non la presentava. Anche radiografie polmonari anormali aumentavano ulteriormente la probabilità del ricovero entro una settimana dalla visita al pronto soccorso.

“Ci auguriamo che questo studio aiuti i medici di emergenza ad avere conversazioni più informate con i pazienti sospettati di avere COVID-19”, ha dichiarato l'autore principale dello studio. “Può essere difficile fare la diagnosi e poi decidere di mandare i pazienti a casa, senza sapere se si ammaleranno nei giorni successivi. Questo studio fornisce ai medici alcune indicazioni per sapere quanto spesso e quando i pazienti potrebbero dover tornare e su quali fattori di rischio bisogna prestare attenzione”. Il professor Kilaru sottolinea che non sono i medici a sbagliare diagnosi, ma è l'infezione da coronavirus a essere imprevedibile. I dettagli della ricerca “Return Hospital Admissions Among 1419 Covid‐19 Patients Discharged from Five US Emergency Departments” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica specializzata Academic Emergency Medicine.