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14 Agosto 2013
19:39

Un cuore che torna a battere grazie alle staminali

Un passo fondamentale nella direzione della medicina del futuro e delle terapie personalizzate.
A cura di Nadia Vitali
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Le malattie cardiovascolari costituiscono ancora la prima causa di morte nel mondo: tra le varie prospettive della medicina del futuro, la rigenerazione del tessuto cardiaco costituisce una grande possibilità per la messa a punto di terapie personalizzate. Adesso per la prima volta, un gruppo di ricercatori della University of Pittsburgh è riuscito nell'impresa di rendere nuovamente funzionale il cuore di un topo attraverso l’impianto di cellule staminali pluripotenti indotte: i risultati del lavoro degli studiosi sono stati resi noti in un articolo pubblicato dalla rivista Nature Communications e dimostrano le enormi potenzialità di una tecnica che, negli anni a venire, potrebbe rivoluzionare l’approccio terapeutico a molte patologie, non soltanto di quelle a carico del cuore.

Gli scienziati si sono serviti di una tecnica simile per alcuni aspetti a quella già utilizzata per il fegato: prelevando il cuore da un topolino di laboratorio, ne hanno rimosso tutte le cellule funzionali lasciandone intatta la struttura esterna come in una sorta di “impalcatura”; il processo ha richiesto circa dieci ore di lavoro. In una fase successiva lo “scheletro” è stato ripopolato da staminali pluripotenti indotte umane in grado di specializzarsi fino a generare tessuto cardiaco; prelevate dalla pelle, le cellule sono state fatte tornare allo stato indifferenziato e poi trattate con fattori di crescita speciali per indurre una conseguente differenziazione in cardiomiociti, cellule endoteliali e muscolari lisce. Dopo due settimane, il cuore della cavia non solo era ricostruito nella struttura ma aveva anche ripreso a contrarsi, con una frequenza di circa 40-50 battiti al minuto.

I futuri sviluppi della tecnica mirano alla realizzazione di "toppe" in grado di intervenire su quelle aree del muscolo cardiaco danneggiate dall'infarto, riparandolo: in futuro da un piccolo campione di pelle del paziente si potrebbe arrivare a ricostruire impalcature biologiche da impiantare su un qualsiasi organo che necessiti di un intervento, attraverso cure mirate e personalizzate che, non solo aggirerebbero il problema delle lunghissime liste d'attesa del trapianto, ma comporterebbero anche l'annullamento del rischio di rigetto.

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