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Erano da poco passate le sette del mattino del 30 giugno del 1908 quando un'esplosione, udibile fino a 1000 chilometri di distanza, squassò il cielo e la terra di Siberia, nella grande regione di Kraj di Krasnojarsk, nei pressi del fiume Podkamennaja Tunguska, o Tunguska Pietrosa, lasciando dietro di sé sessanta milioni di alberi abbattuti su una superficie di ben 2150 chilometri quadrati. Più di cento anni ci separano da quell'evento ma le immagini di quegli alberi divelti, gli interrogativi che gli scienziati si sono posti senza venire a capo della situazione per decenni, hanno continuato ad esercitare il proprio fascino su chiunque venisse a conoscenza di questo incredibile evento che si verificò in quell'angolo lontano di mondo, in quella Siberia, tante volte proprio stereotipo di terra desolata, lontana ed irraggiungibile.

Gli effetti dell'evento furono immensi: a 500 chilometri testimoni sostennero di aver sentito uno scoppio con una nube di fumo che si levava all'orizzonte, mentre colui che assistette all'evento più da vicino, 65 chilometri, raccontò di aver visto il cielo dividersi in due ed un grande fuoco in aria proprio sopra la foresta; dopodiché un boato lo sollevò e spostò di alcuni metri. Alcuni treni della linea Transiberiana, a 600 chilometri di distanza, quasi deragliarono; addirittura, si dice che a Londra, dove in quel momento era mezzanotte, il cielo divenne chiarissimo, tanto il cielo era illuminato. Cosa fu vero e cosa divenne racconto è irrilevante: quelle foto parlarono da sole di un evento inspiegabile e forse, per alcuni aspetti, anche spaventoso.

In verità, le stesse immagini risalenti agli anni venti, furono oggetto di molte critiche: fatte dallo studioso russo Leonid Kulik, in realtà, non convinsero i più attenti osservatori così come le sue spedizioni fatte nel corso degli anni '20 e '30 non arrivarono a porre un punto alla questione, riuscendo ad individuare cosa fosse realmente accaduto. Innumerevoli le campagne scientifiche durante tutto il ventesimo secolo che non riuscirono a dare una spiegazione di cosa fu quel boato che portò conseguenze a tanti chilometri di distanza. Fino a quando l'Università di Bologna non iniziò anch'essa ad interessarsi a Tunguska a partire dal 1991, organizzando studi sul luogo con esperti russi ed italiani di geodinamica, scienze marine, geofisica, geochimica, paleobotanica.

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Finalmente nel 2007 arriva la risposta: le fantasiose interpretazioni che tiravano in ballo Ufo, antimateria, buchi neri, già prive di fondamento, venivano ulteriormente spazzate via dalla scoperta dei ricercatori. A circa otto chilometri dal punto che si riteneva fosse stato l'epicentro dell'esplosione, si trova il lago Cheko: un piccolo specchio d'acqua di circa 500 metri di diametro, è il cratere formatosi in seguito all'impatto di un frammento di meteorite, principalmente esplosa nell'atmosfera a circa dieci chilometri sopra l'area di Tunguska, schiantatosi al suolo alla velocità di un chilometro al secondo. I materiali presenti sul fondo, estratti tramite carotaggi, presentano notevoli anomalie: la morfologia del lago Cheko è risultata differente da quella degli altri delle zone circostanti. Un batiscafo immerso nelle sue acque, inoltre, avrebbe rilevato la presenza di alberi distrutti dall'esplosione sul fondo.

Dunque il mistero sarebbe stato risolto? Sembrerebbe di sì, anche se in questi casi non si può mai sapere con certezza: l'assenza di materiali nell'area riconducibili alla caduta di un meteorite resta, comunque, un dato singolare. Ma si sa, la ricerca e lo studio vanno sempre avanti e ci sono ottime probabilità che un giorno questa scoperta venga confermata. E, comunque, nulla toglierà al fascino e al mistero dell'evento, accaduto in una mattina di più di cento anni fa.