Un test simile già esisteva, ma di errori ne faceva davvero troppi e così i ricercatori dell'Università del Texas hanno pensato di svilupparne il sistema per poter dire in tempi utili la presenza o meno di cellule tumorali nelle ovaie. Il tasso di sopravvivenza di chi scopre il male in tempo supera il 90%, che tuttavia scende al 30% se la diagnosi arriva in ritardo. Il tumore alle ovaie causa dolore pelvico ed emorragie, una sintomatologia che, nei primi stadi, non è spiccatamente distintiva e che, considerata l'inaffidabilità degli strumenti di analisi, allunga pericolosamente i tempi di diagnosi.

Un problema che la ricerca americana, se i risultati positivi finora riscontrati dovessero essere confermati dalla pratica, potrebbe rivelarsi fondamentale. La base di partenza è stata l'analisi effettuata attraverso screening ematico che rivela la presenza di CA125, un antigene tumorale. Un test che, come detto, può dare risultati errati, segnando talvolta risultati positivi in assenza di tumore. I ricercatori hanno dunque portato un correttivo, stabilendo classi di rischio in base ai quantitativi di CA125 riscontrati nel sangue. Sui conseguenti tassi di antigene tumorale si riconoscono i pazienti a basso, medio ed alto rischio, che rispettivamente dovranno ripetere il test dopo un anno, dopo tre mesi o procedere subito ad un'ecografia.

Delle oltre 4.000 donne sottoposte a screening ematico, dieci sono state sottoposte ad ecografia e successivo intervento chirurgico. Dall'operazione è emerso che le pazienti presentavano cellule tumorali ad uno stadio precoce. Perché il metodo elaborato in Texas possa fare ingresso nella sua pratica medica bisognerà attendere il 2015, anno di scadenza di uno studio più ampio sull'argomento condotto nel Regno Unito su oltre 50.000 donne.