Schema di formazione del cromosoma Philadelphia
in foto: Schema di formazione del cromosoma Philadelphia

I ricercatori della Stanford University School of Medicine hanno recentemente dimostrato che, quando un certo tipo di leucemia aggressiva getta nel caos l’organismo, una soluzione potrebbe essere quella di forzare le cellule cancerose nel loro sviluppo e nel loro comportamento. Osservazioni di laboratorio hanno consentito di trovare un metodo che fa in modo che le cellule maturino, in vitro, fino a diventare in cellule immunitarie non dannose note come macrofagi. La scoperta è descritta in un paper pubblicato da Proceedings of the National Academy of Sciences.

Il cromosoma Philadelphia

Autore principale del lavoro è Ravi Majeti che, assieme ai propri colleghi, lavorava su un caso di leucemia linfoblastica acuta da precursori delle cellule B associata ad una specifica mutazione cromosomica. Sostanzialmente nei pazienti affetti da diversi tipi di leucemia è presente un cromosoma, frutto di una modifica dovuta alla malattia, che viene indicato con il nome Philadelphia: questo cromosoma altri non è che il cromosoma 22 con delle intersezioni del cromosoma 9. Tale fenomeno contribuisce notevolmente a rendere la malattia ancora più aggressiva e resistente alle terapie.

La metamorfosi delle cellule

Prelevate queste cellule leucemiche dal paziente, i ricercatori hanno tentato di tenerle in vita il più possibile dopo averle messe in diverse colture. Alla fine hanno osservato che alcune delle cellule iniziavano a cambiare forma e taglia e a somigliare sempre più a dei macrofagi. Un mistero da chiarire, almeno fino a quando il dottor Majeti non si è ricordato di una vecchia ricerca che aveva già dimostrato come le cellule progenitrici delle cellule B nei topolini potevano essere forzate a diventare macrofagi, qualora esposte a specifici fattori di trascrizione, ossia a proteine che si legano a specifiche sequenze di DNA. Ulteriori esperimenti sono serviti così a dimostrare che i metodi utilizzati per alterare il destino dei precursori delle cellule nelle cavie da laboratorio funzionano anche con le cellule umane.

Macrofagi contro cellule tumorali

Majeti e colleghi hanno ragione di credere che la scoperta possa avere due importanti implicazioni: da una parte, le cellule tumorali trasformate in macrofagi sarebbero automaticamente neutralizzate, il che sarebbe già un grande risultato; ma dall'altra potrebbero anche diventare parte attiva nella lotta contro le stesse cellule tumorali. I macrofagi, addetti a inghiottire e distruggere particelle estranee, in questo caso proverrebbero da cellule tumorali delle quali porterebbero con sé i segnali chimici: grazie a questi ultimi, quindi, sarebbero in grado di identificarle nell'organismo, rendendo più probabile un attacco contro il cancro.

Speranza per nuove terapie

Il prossimo obiettivo degli studiosi sarà quello di provare a mettere a punto un farmaco in grado di provocare la stessa reazione che potrebbe, quindi, servire come base per una terapia per la leucemia. In realtà, in medicina si sfruttano già principi più o meno analoghi nell’ambito della cura delle persone affette da leucemia promielocitica acuta: l’acido retinoico viene infatti utilizzato per trasformare le cellule cancerose mature in granulociti.