Un team di astronomi dell'Università della California di San Diego ha determinato che la stella del celebre sistema Trappist-1 ha un'età compresa tra i 5,4 e i 9,8 miliardi di anni, dunque è molto più antica di quanto precedentemente stimato. Si tratta di un dettaglio che aumenta le probabilità che possa esistere vita su alcuni dei suoi pianeti, grazie al tempo superiore avuto per svilupparsi ed evolversi. Presentato dalla NASA attraverso un'appassionata conferenza stampa tenutasi lo scorso febbraio, Trappist-1 è balzato agli onori della cronaca mondiale in particolar modo per tre dei suoi esopianeti (e, f e g), poiché posizionati nella cosiddetta fascia abitabile e dunque potenzialmente in grado di ospitare acqua liquida sulla propria superficie.

Sino ad oggi si riteneva che la stella di riferimento, una nana rossa “ultrafredda” molto più piccola del Sole e con una temperatura superficiale sensibilmente inferiore (2.200° centigradi contro 5.500° centigradi), fosse molto giovane, con un'età di circa 500 milioni di anni. Poiché le stelle giovani di questa categoria emettono frequenti radiazioni ad altissima energia, i brillamenti, esse possono spazzar via l'atmosfera dagli esopianeti circostanti, che in questo caso specifico sono molto vicini. È ciò che è successo a Marte nel nostro Sistema solare. Poiché Trappist-1 è molto più avanti con l'età, ciò avrebbe permesso lo stabilizzarsi delle emissioni e di conseguenza maggiori probabilità di sviluppo della vita.

Il rischio che le emissioni possano aver strappato l'atmosfera e fatto evaporare eventuali oceani dai pianeti non è da escludere, tuttavia nel corso della loro lunga storia le molecole volatili presenti sulla superficie potrebbero aver contribuito a generare un'atmosfera “scudo”, in grado di schermare le radiazioni più pericolose esattamente come avviene sulla Terra. L'altra faccia della medaglia, come sottolineato dai ricercatori Adam Burgasser ed Eric Mamajek, quest'ultimo in forze al Jet Propulsion Laboratory della NASA, è che essa possa essersi compattata così tanto da alimentare un effetto serra paragonabile a quello di Venere, le cui elevatissime temperature superficiali sono insostenibili per la vita, perlomeno quella che conosciamo noi.

Sapremo di più sulle atmosfere degli esopianeti di Trappist-1 grazie a future osservazioni, in particolar modo dopo la messa in orbita (nel 2018) del James Webb Telescope, l'erede spirituale di Hubble. Ciò che è che certo, è che le stelle ultrafredde come Trappist-1, a differenza del Sole che avrà un ciclo di vita di 10 miliardi di anni, esauriscono la propria carica energetica molto più lentamente, “come candele che bruciano” ha sottolineato il professor Burgasser. Ciò si traduce in una “sopravvivenza” centinaia di volte superiore a quella dell'età attuale dell'Universo (che ha circa 14 miliardi di anni), un dettaglio che rende questi esopianeti particolarmente appetibili per un'eventuale colonizzazione umana. Purtroppo la loro distanza, ovvero 40 anni luce, è così elevata che con le tecnologie attuali sono impossibili da raggiungere. I dettagli dello studio verranno pubblicati sulla rivista scientifica The Astrophysical Journal.

[Illustrazione di NASA]