Se hai l'impressione che anno dopo anno la tua allergia ai pollini inizi sempre prima e che duri più a lungo non lo stai sognando. È effettivamente così, e la colpa è dei cambiamenti climatici, che hanno un impatto sia sulle dinamiche meteorologiche – influenzando ad esempio la circolazione atmosferica – che sulla concentrazione dei pollini. In parole semplici, il riscaldamento globale favorisce una produzione maggiore di allergeni e per un periodo di tempo più lungo, e poiché influenza anche i venti, i pollini vengono trasportati in aree più ampie del passato. Ciò rappresenta un significativo problema di salute pubblica, in particolar modo per chi soffre di asma e per chi non ha un sistema immunitario “collaudato” verso determinati allergeni.

A determinare l'impatto negativo dei cambiamenti climatici sulla diffusione dei pollini vi sono diversi studi. La ricerca “Anthropogenic climate change is worsening North American pollen seasons” pubblicata da scienziati dell'Università Columbia su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), ad esempio, ha dimostrato che in Nord America tra il 1990 e il 2018 la stagione dei pollini è aumentata di 20 giorni. Così come è aumentata del 21 percento la concentrazione dei pollini circolanti in primavera, a causa delle elevate concentrazioni di anidride carbonica (la CO2 è il principale gas a effetto serra di origine antropica e volano dei cambiamenti climatici, oltre che dell'acidificazione degli oceani). Lo studio “Changes to Airborne Pollen Counts across Europe” pubblicato su PLoS ONE e guidato da scienziati dell'Università Tecnica di Monaco ha osservato risultati analoghi anche in Europa.

Particolarmente significativa è una nuova ricerca condotta in Baviera, sempre dagli scienziati dell'ateneo di Monaco, che hanno osservato cambiamenti significativi nei pollini campionati in sei stazioni di monitoraggio. Gli scienziati, coordinati dalle ricercatrici Annette Menzel e Nicole Estrella della Scuola “TUM” di Scienze della Vita, hanno scoperto che tra il 1987 e il 2017 alcune piante (come il nocciolo e l'ontano) hanno prolungato la loro stagione di fioritura di 2 giorni ogni anno, accumulando ben due mesi in più nell'arco di 30 anni. Un vero incubo per chi è seriamente allergico ai pollini prodotti dai fiori di questi alberi. Analogamente, anche i frassini e le betulle hanno aumentato di 0,5 giorni all'anno la durata della propria fioritura, parallelamente all'aumento delle temperature medie, che risultano essere in costante ascesa.

L'aspetto più interessante della ricerca, tuttavia, era la provenienza dei pollini analizzati. Dalle ultime rilevazioni è emerso che nelle stazioni alpine ben il 75 percento dei pollini proveniva dall'esterno della Baviera, così come il 63 percento di quelli raccolti nelle stazioni di pianura. Secondo la professoressa Menzel e colleghi, ciò sta a significare che la stagione dei pollini dipende molto meno dalle condizioni locali, mentre hanno un impatto significativo il “vento interregionale e i modelli atmosferici”, che come indicato sono fortemente influenzati dal riscaldamento globale. Gli scienziati hanno anche osservato che nel 70 percento dei casi i pollini raccolti prima dell'avvio “ufficiale” della stagione della fioritura derivavano dal trasporto, e non dalle fioriture anticipate locali. Inoltre è emerso che i cambiamenti climatici stanno favorendo la diffusione dei pollini anche durante le ore notturne, considerate solitamente più tranquille per chi soffre di allergia. Con le temperature in costante aumento, i ricercatori ritengono che le allergie possano diventare un problema di salute pubblica sempre più diffuso, soprattutto quando i pollini raggiungeranno intere popolazioni non adattate a determinati allergeni. I dettagli della ricerca “A First Pre-season Pollen Transport Climatology to Bavaria, Germany” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica specializzata Frontiers in Allergy.