La vita al tempo degli antichi egizi non doveva essere il massimo, in particolar modo se non si aveva la fortuna di nascere (fatto assai probabile) nella famiglia reale: che si fosse schiavi o operai specializzati, infatti, poteva toccare nella vita di dover lavorare a quegli imponenti sepolcri che i regnanti facevano costruire per loro stessi al fine di testimoniare la propria grandezza in terra e, soprattutto, di avere un viaggio nell'aldilà il più gradevole possibile. Una fatica non trascurabile, considerando i mezzi dell'epoca, che costava molto anche in termini di vite umane, pur avendo il pregio indiscutibile di averci consegnato tra le più spettacolari strutture non soltanto dell'antichità ma dell'intera storia dell'umanità.

Slitte di legno per trasportare i blocchi

Di fronte all'immensità e alla bellezza delle piramidi, in particolare quelle di Giza, lo stupore e la meraviglia dovuti all'ingegno dei nostri predecessori hanno spesso lasciato il passo a speculazioni a dir poco "acrobatiche" il cui fine ultimo doveva essere la spiegazione di come, migliaia di anni fa, sarebbero stati costruiti tali edifici: si è così arrivati a scomodare addirittura gli alieni, presumibilmente ignorando l'elevatissimo grado di conoscenze (astronomiche ed ingegneristiche, giusto per citare due campi a caso) che avevano i dotti e i sapienti delle grandi civiltà di un tempo. Forme di vita extraterrestre a parte, le cose, come spesso accade, potrebbero essere assai più semplici di come appaiono: questa almeno sembrerebbe essere la conclusione di uno studio, condotto da alcuni ricercatori olandesi, che per la prima volta chiarisce quale sarebbe stato lo stratagemma che avrebbe aiutato nel trasporto dei grossi e pesanti blocchi di pietra che costituiscono l'ossatura delle piramidi. È noto come fondamentale fosse il ricorso alle slitte di legno per trascinare i massi già tagliati o le statue: sì, ma come si superava il problema dell'attrito, ottimizzando così le energie spese? La risposta l'avrebbero trovata gli scienziati della University of Amsterdam i quali, osservando il modo in cui un corpo scivolava sulla sabbia asciutta o bagnata, hanno concluso che per agevolare lo svolgimento dei lavori che tanto segnarono e caratterizzarono la geografia dell'antico Egitto sarebbe stata sufficiente nient'altro che una modesta quantità d'acqua .

Sabbia bagnata

Attraverso alcuni esperimenti, i ricercatori hanno dimostrato come l'attrito può essere considerevolmente ridotto grazie all'aggiunta di acqua, purché in piccole quantità: la conseguente capillarità, ossia l'interazione tra le molecole di acqua e quelle che compongono il materiale solido, aumenta il modulo di scorrimento della sabbia, favorendo quindi in sostanza lo scivolamento degli oggetti trascinati su di essa. L'operazione andava condotta, senza dubbio, con molta perizia e in base a precisa esperienza, dal momento che troppa acqua avrebbe causato ulteriori problemi, aumentando il coefficiente di frizione e portandolo nuovamente ai livelli di quello della sabbia asciutta; quest'ultima, oltre a presentare il problema dell'attrito, tende ad accumularsi, creando così un ostacolo aggiuntivo all'oggetto che viene trasportato, ragione in più per ricorrere alla sabbia lievemente bagnata onde utilizzare al meglio le energie dei lavoratori. Ma le sorprese non sono finite qui.

Pittura murale proveniente dalla tomba di Djehutihotep, circa 1900 a. C. (via Wikipedia)
in foto: Pittura murale proveniente dalla tomba di Djehutihotep, circa 1900 a. C. (via Wikipedia)

Gli studiosi sostengono infatti di possedere anche la diretta testimonianza di quanto sostenuto: addirittura una pittura parietale, proveniente dal sepolcro di un governatore egizio della XII dinastia chiamato Djehutihotep, vissuto all'incirca 3900 anni fa. Già noto per la sua caratteristica tematica, il dipinto rappresenta 172 uomini che, muniti di corde e slitte, trascinano una statua (che supponiamo essere di pietra) alta diversi metri. Ora, la figura ritratta in basso – di fronte al piede della statua per intenderci – sarebbe evidentemente intenta a fare proprio quello che, secondo l'ipotesi dei ricercatori, costituiva un'operazione fondamentale per agire nelle migliori delle condizioni: versa dell'acqua a terra, man mano che il simulacro avanzava trainato dalle braccia dei lavoratori. Non che la pittura non avesse mai attirato l'attenzione di qualcuno e, anzi, ci si era già interrogati su cosa stesse facendo quell'omino ai piedi della statua: solo che, fino ad oggi, gli egittologi avevano interpretato il gesto come parte di un rituale di purificazione. E invece la spiegazione, come dicevamo, potrebbe essere più facile di quanto immaginavamo e i nostri antenati dell'antico Egitto assai più attenti alle questioni pratiche di come, talvolta, abbiamo la tendenza a credere. E in effetti, concludono gli scienziati, queste osservazioni potrebbero tornare utili anche oggi nell'età contemporanea per mettere a punto migliori strategie utili al trasporto di materiale granulare come la sabbia.