Era noto alla scienza soltanto per un esemplare di cento anni esposto al Western Australian Museum di Perth e per un altro trovato morto nel 2007, ma grazie a un filmato di trenta minuti catturato lo scorso 7 aprile da un team di ricerca, il bellissimo dragone di mare rubino (Phyllopteryx dewysea) non solo è stato finalmente osservato per la prima volta, ma soprattutto ha rivelato alcuni interessantissimi segreti impossibili da carpire dagli animali morti.

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I biologi marini dello Scripps Institution of Oceanography e del museo australiano, coordinati da Greg Rouse e Josefin Stiller, lo hanno scovato a 50 metri di profondità a largo dell'Australia occidentale, dopo diversi giorni di ricerca attraverso un piccolo sottomarino radiocomandato (ROV) sviluppato dalla Total Marine Technology. L'animale, un pesce appartenente allo stesso gruppo dei cavallucci marini e dei pesci ago, presenta caratteristiche anatomiche del tutto inattese, come l'assenza delle caratteristiche appendici a forma di foglia utilizzate da questi animali per mimetizzarsi. Fino ad oggi, infatti, esse erano ritenute erroneamente assenti negli esemplari morti a causa del deterioramento delle carcasse.

Un esemplare di dragone di mare rubino esposto al Western Australian Museum
in foto: Un esemplare di dragone di mare rubino esposto al Western Australian Museum

Un'altra peculiarità del dragone di mare rubino è la coda arricciata caratteristica dei comuni cavallucci marini, che tuttavia si sarebbe sviluppata sotto differenti pressioni evolutive, le stesse che hanno determinato la perdita delle appendici a forma di foglia. Il suo colore rosso sarebbe invece legato alle acque scarsamente illuminate dove vive, mentre l'habitat è piuttosto differente da quello atteso dai ricercatori; l'animale nuotava in un'area ricca di spugne ed erano del tutto assenti il kelp e specifiche alghe, particolarmente amate da questo gruppo di pesci. Fino all'anno scorso erano note soltanto due specie di dragoni di mare (Phycodurus eques e Phyllopteryx taeniolatus), e "nessuno avrebbe mai sospettato l'esistenza di una terza", ha sottolineato con soddisfazione l'autore principale della ricerca. I dettagli dello studio sono stati pubblicati lo scorso 13 gennaio sulla rivista scientifica Marine Biodiversity Records.

[Foto di Scripps Oceanography]