Un team di biologi e ingegneri meccanici del Georgia Institute of Technology ha scoperto che la saliva delle rane è in grado di cambiare viscosità in maniera rapidissima, attraverso una reazione in tre fasi che trasforma la lingua in un'arma talmente appiccicosa che insetti – e talvolta anche uccelli e mammiferi – non possono sfuggirvi. Quando la lingua è retratta nella bocca dell'anfibio la saliva ha una viscosità paragonabile a quella dell'acqua, ma quando essa viene proiettata sulla preda per agganciarla, la saliva a contatto coi tessuti diventa un vero e proprio bioadesivo, con una viscosità superiore a quella del miele. Una volta retratta nella bocca, la saliva diventa nuovamente fluida, permettendo alla preda di “sganciarsi” e alla rana di ingoiarla. Tutto avviene a velocità impressionanti; basti pensare che le rane riescono ad espellere la lingua a una velocità inferiore a quella del nostro battito di ciglia.

La sola reazione chimica non è tuttavia sufficiente a spiegare l'eccellente azione adesiva, la cui capacità è di molto superiore (circa cinquanta volte) a quella di polimeri adesivi sintetici presenti in alcuni giocattoli, come le famigerate ‘mani appiccicose' che andavano molto di moda diversi anni addietro. Il merito risiede anche nella morbidezza della lingua, i cui tessuti sono morbidi come quelli cerebrali e ben dieci volte più soffici della lingua umana. Essi aderiscono perfettamente al tegumento delle prede e permettono alla soluzione salivare di infiltrarsi negli interstizi; il repentino cambio viscosità fa il resto rendendo praticamente impossibile la fuga, soprattutto quando si tratta di insetti.

“La lingua si comporta come una corda elastica, una volta agganciata la preda”, ha sottolineato la coautrice dello studio dichiarato Alexis Noel. “Si deforma mentre si ritrae verso la bocca – ha proseguito la studiosa – e tiene conto delle forze applicate dal tessuto elasticizzato, in modo che si smorzino una volta all'interno”. È un meccanismo predatorio straordinario che tuttavia non protegge rane e altri anfibi dal rischio di estinzione; si stima infatti che circa il 40 percento delle specie sia in pericolo o già estinto, a causa dell'inquinamento ma anche della chitridiomicosi, una letale malattia fungina. I dettagli dell'affascinante studio sono stati pubblicati sul Journal of The Royal Society Interface.

[Immagine di Georgia Tech]