Credit: NASA / Goddard / University of Arizona
in foto: Credit: NASA / Goddard / University of Arizona

Sulla superficie dell'asteroide potenzialmente pericoloso Bennu, recentemente raggiunto dalla sonda OSIRIS-Rex, un tempo c'era acqua liquida. O meglio, era sull'asteroide “madre” dal quale il sasso spaziale di quasi mezzo chilometro si è staccato, in seguito a un catastrofico evento avvenuto chissà quando e chissà dove nello spazio.

Ad annunciare l'incredibile scoperta gli scienziati della NASA impegnati nella missione “Origins, Spectral Interpretation, Resource Identification, Security-Regolith Explorer” (OSIRIS-Rex), che lo scorso 3 dicembre hanno raggiunto Bennu con l'omonima sonda. Posizionatasi a circa 19 chilometri di altezza dall'oggetto, la sonda ha attivato i suoi strumenti e ha iniziato a mappare e analizzare la superficie. Dai dati catturati dai due spettrometri a bordo, OVIRS che opera nell'infrarosso e nel visibile e l'OTES a emissione termica, è emersa la sorprendente presenza di idrossili, molecole con ossidi di ossigeno e idrogeno assieme. Ciò significa che un tempo i minerali rocciosi dell'asteroide erano a contatto con l'acqua liquida.

Bennu, tuttavia, è troppo piccolo per ospitare acqua in questo stato, ma il prezioso elemento era comunque a contatto con la sua superficie, quando faceva parte dell'asteroide più grande dal quale si è separato. “La presenza di minerali idrati  sull'asteroide conferma che Bennu, un residuo della formazione del sistema solare, è un eccellente campione per la missione OSIRIS-REx che ha l'obiettivo di studiare la composizione di molecole volatili e organiche primitive”, ha dichiarato la dottoressa Amy Simon, che si occupa dei dati dello strumento OVIRS presso il Goddard Space Flight Center della NASA a Greenbelt, nel Maryland.

Lo scopo principale della missione OSIRIS-Rex è riportare sulla Terra un “morso” dell'asteroide, attraverso un'affascinante procedura esplosiva che verrà eseguita a giugno del 2020. Fino ad allora la sonda continuerà a viaggiare fianco a fianco con l'asteroide (tra un fly-by e l'altro) continuando a mapparlo e analizzarlo, anche per trovare il punto migliore dove scendere. Quando sarà sufficientemente vicina la libererà un braccio robotico, che risucchierà il materiale dopo un'esplosione controllata. Se tutto andrà secondo i piani, la capsula della sonda contenente il preziosissimo materiale – che gli scienziati utilizzeranno per studiare le origini del Sistema solare – dovrebbe rientrare nel 2023. Sapere che l'asteroide era a contatto con l'acqua rende le future analisi ancora più emozionanti.