La morte di Lucio Magri ha destato sconcerto nella società civile e nel mondo politico per la sua scelta di ricorrere al suicidio assistito. Ma Magri non è il solo ad aver preso questa decisione, nel 2010 sono stati 19 gli italiani partiti per il medesimo viaggio di sola andata per la Svizzera.

Il 29 novembre, il giorno in cui l'Italia è stata scossa dalla notizia della morte di Lucio Magri a causa della sua scelta di ricorrere al suicidio assistito nella clinica svizzera Dignitas, ricorreva anche il primo anno da quando Mario Monicelli ci ha lasciato. Il regista scavalcò il davanzale della finestra della sua camera d'ospedale, in un mesto lunedì sera romano, tagliando i ponti con il tumore che ne stava distruggendo, lentamente ed irreversibilmente, il corpo: «Non finirò in un letto d'ospedale coi parenti che mi portano la minestrina» aveva dichiarato qualche giorno prima. Così decise il maestro.

Due morti legate dal filo comune della libertà di scelta, ma divise dalle metodologie: Monicelli è riuscito ad eludere il controllo di medici ed infermieri, mentre Magri, a Zurigo, è stato accompagnato nel suo ultimo viaggio da un dottore che, assieme ad altri, ne aveva precedentemente valutato le condizioni di salute e accolto la richiesta di suicidio assistito. E non è stato certamente il primo a prendere una risoluzione del genere: la Dignitas, la sola tra le cliniche svizzere ad accettare pazienti stranieri, ha già garantito una «morte dignitosa» nel 2010 a 19 italiani, due dei quali sofferenti di depressione, al termine del lungo iter che porta all'approvazione delle domande presentate.

«Non si va in Svizzera perché qualcuno ti "suicidi", se tu non ce la fai da solo, si va per un trattamento dignitoso e dietro copertura medica, solo e soltanto se puoi produrre una documentazione clinica che provi la gravità del tuo stato, sia esso fisico o psichiatrico» ha sottolineato in un'intervista Emilio Coveri, presidente di Exit Italia, associazione che da anni si batte «per il diritto ad una morta dignitosa». Infatti, cartelle cliniche e pareri medici vengono allegati alla richiesta da inoltrare: una commissione composta da tre medici si occupa di esaminare tutti i documenti e, nel caso in cui non manchi alcun requisito, sarà uno dei tre a seguire il paziente fino alla fine.

Necessario è presentare prove che attestino non solo l'irreversibilità delle proprie condizioni di salute, sia essa fisica o mentale, ma anche la assoluta persuasione del richiedente, frutto di riflessione e non di impulsi disperati; tant'è che circa 400 domande ogni 1000 vengono respinte mentre sono in molti a cambiare idea e a tornare indietro, una volta giunti in clinica. Naturalmente, forme gravi di depressioni incurabili, come quella da cui era affetto Magri, vengono accettate perché assolutamente classificabili tra patologie senza risoluzione: «Se hai subito un crack finanziario o se ti ha lasciato la fidanzata, e ti rivolgi a loro, ti respingono gentilmente al mittente. Qui si parla solo di gravi malattie, da cui non si riesce a uscire».

Quando la decisione è stata presa, il personale fornisce la sostanza composta da un barbiturico e da un potente sonnifero, dopo aver somministrato un antiemetico al paziente: il tutto dura pochi minuti (per il costo di non più di 3 000 euro) e naturalmente senza alcun dolore. Tuttavia se la persona non riuscisse a bere il veleno da sola troverebbe davanti a sé l'inflessibilità dei medici: non viene dato alcun aiuto a chi non sia realmente persuaso della propria volontà di morire. Ogni anno, in Svizzera si recano circa 200 persone per ricorrere al suicidio assistito, legale dal 1941 a condizione che venga prestato in maniera passiva e senza motivi egoistici, ma questa pratica è ammessa anche in Belgio ed Olanda.

Importante è sottolineare le differenze con l'eutanasia: mentre il suicidio assistito è un atto compiuto in perfetta autonomia fino agli ultimi fatali gesti, l'eutanasia attiva è la somministrazione di un farmaco letale da parte di un medico su precisa richiesta consapevole da parte di un malato che vuole porre fine alle proprie sofferenze; infine, l'eutanasia passiva è la sospensione delle cure che tengono in vita, come nel celebre caso di Eluana Englaro.