Il coronavirus SARS-CoV-2 serpeggiava in Europa diverse settimane prima dell'identificazione dei primi focolai acclarati, ma all'epoca i segnali di allarme erano già evidenti sui social network, pur passando inosservati agli occhi delle istituzioni e delle autorità sanitarie. Un nuovo studio ha infatti dimostrato che tra la fine del 2019 e l'inizio del 2020 ci fu un vero e proprio boom di “cinguettii” su Twitter che includevano le parole chiave “polmonite” e “tosse secca”, postate in numero sensibilmente maggiore rispetto agli anni precedenti. A rendere ancor più significativa questa scoperta, il fatto che la maggior parte dei post proveniva proprio dalle regioni in cui sono scoppiati i primi focolai nel territorio europeo, come la Lombardia e l'area di Madrid, in Spagna.

A condurre lo studio i quattro scienziati italiani Milena Lopreite, Pietro Panzarasa, Michelangelo Puliga e Massimo Riccaboni, rispettivamente del Dipartimento di Economia, Statistica e Finanza dell'Università della Calabria; della School of Business and Management della Queen Mary University of London; dell'Institute of Management della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa e dell'IMT School for Advanced Studies di Lucca. I ricercatori, coordinati dal professor Riccaboni, docente di Economia presso l'ateneo toscano, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver messo a punto un ampio database nel quale hanno raccolto e analizzato i post "sospetti" del diffuso social network, abbracciando il periodo compreso tra dicembre 2014 e marzo 2020.

Per prima cosa hanno cercato tutti i cinguettii contenenti la parola chiave “polmonite” nelle sette principali lingue europee, ovvero inglese, tedesco, francese, italiano, spagnolo, polacco e olandese. Come sottolineato in un comunicato stampa, si sono concentrati su questa parola non solo perché si trattava di uno dei sintomi peggiori della COVID-19, l'infezione provocata dal coronavirus SARS-CoV-2, ma anche perché la stagione influenzale del 2020 “è stata più mite delle precedenti, quindi c'era non c'è motivo di credere che fosse responsabile di tutte le menzioni e le preoccupazioni” nei post. Dopo un lavoro di rifinitura per l'analisi statistica, Riccaboni e colleghi hanno dimostrato che i post contenenti la parola chiave nel 2020 erano in numero significativamente superiore a quelli rilevati nello stesso periodo del 2019 e del 2014. Un chiaro segnale che le persone si stavano preoccupando dei sintomi causati dalla COVID-19, senza sapere che fosse proprio il coronavirus a causarli. Dopo aver geolocalizzato 13mila di questi post, i ricercatori hanno scoperto che la maggior parte di essi era stata pubblicata da persone che risiedevano proprio nelle regioni investite dai primi focolai epidemici, come appunto la Lombardia, Madrid e anche l'Ile de France, la regione settentrionale in cui si trova anche Parigi.

Gli scienziati hanno successivamente analizzato un altro set di dati, questa volta utilizzando la parola chiave “tosse secca”, uno dei sintomi più comuni della COVID-19 assieme alla febbre e alle difficoltà respiratorie. Anche in questo caso hanno osservato un incremento significativo dei tweet contenenti questa parola chiave nelle settimane che precedevano la scoperta dei primi casi acclarati di COVID-19, come quello di Mattia Maestri, il “paziente 1” di Codogno diagnosticato il 20 febbraio dello scorso anno. “Il nostro studio si aggiunge alle prove esistenti che i social media possono essere un utile strumento di sorveglianza epidemiologica. Possono aiutare a intercettare i primi segni di una nuova malattia, prima che prolifichi inosservata, e anche a tracciarne la diffusione”, ha dichiarato il professor Riccaboni. “Questi risultati indicano l'urgenza di creare un sistema di sorveglianza digitale integrato in cui i social media possano aiutare a geolocalizzare le catene di contagio che altrimenti prolifererebbero quasi del tutto inosservate”, hanno concluso gli scienziati nell'abstract della ricerca. I dettagli dello studio “Early warnings of COVID-19 outbreaks across Europe from social media” sono stati pubblicati sulla rivista Scientific Reports del circuito Nature.