Una nuova ricerca pubblicata su Plos Pathogens torna su uno dei temi più controversi e dibattuti di questi mesi, ovvero la durata risposta anticorpale al coronavirus: l’analisi, condotta da un team di ricercatori dell’Università di Nanchino, a Jiangsu, in Cina, ha preso in esame il quadro clinico, i sintomi e le analisi di laboratorio di 26 pazienti con diagnosi di Covid-19 (19 con malattia non grave e 7 con malattia grave) per i quali si è reso necessario il ricovero in ospedale nel periodo compreso tra il 30 gennaio e il 25 febbraio.

Calo anticorpi Covid-19 entro 28 giorni

Nello specifico, sono stati osservati i profili cinetici delle immuglobuline IgM e IgG specifiche per quattro antigeni correlati a Sars-Cov-2, tra cui la nucleoproteina (NP), il dominio di legame del recettore (RBD) , la proteina S1 e l’ectodominio (ECD) della proteina virale Spike durante la progressione della malattia. “La maggior parte dei pazienti – spiegano i ricercatori nello studio – ha sviluppato una risposta immunitaria contro gli antigeni correlati alle proteine NP e Spike, ma con propri profili cinetici distinti”. La durata della risposta anticorpale è stata inoltre monitorata anche al momento della dimissione dall’ospedale e della visita di follow-up in un sottogruppo di 16 pazienti (11 pazienti non gravi e 5 pazienti gravi), indicando che le attività neutralizzanti erano rapidamente diminuite entro 28 giorni dalla dimissione. Un dato che potrebbe suggerire come gli anticorpi circolanti possano avere un'emivita relativamente breve. “Non è però chiaro – aggiungono i ricercatori – se i pazienti guariti clinicamente acquisiscano l'immunità protettiva dalla reinfezione”.

I risultati, sostengono gli studiosi, hanno importanti implicazioni nell’attuale sviluppo di un potenziale vaccino contro il coronavirus. “La maggior parte dei pazienti ha generato potenti risposte immunitarie riconoscendo gli antigeni correlati alle proteine Spike, comprese le proteine RBD, S1 ed ECD, il che implica che la loro elevata immunogenicità li rende candidati al vaccino. Inoltre, le nostre analisi di correlazione hanno mostrato che le attività neutralizzanti erano fortemente correlate con risposte IgA specifiche per ECD e IgA specifiche per S1, rispetto alle risposte IgA specifiche per RBD”.

Limitazioni dello studio cinese

Tra i limiti dell’analisi, precisano i ricercatori, in primis c’è la ridotta dimensione del campione. “Abbiamo incluso solo un piccolo numero di pazienti Covid-19 guariti e non abbiamo avuto pazienti COVID-19 deceduti”. In secondo luogo, le citochine e le risposte cellulari antigene-specifiche “non sono state monitorate in serie, il che potrebbe facilitare la comprensione delle risposte immunitarie innate e adattive durante la malattia Covid-19”. In aggiunta, le risposte IgA della mucosa come le risposte IgA nella saliva richiedono ulteriori indagini.

Questioni che, in parte, sono state approfondite da altre recenti ricerche, in particolare dall’indagine di sieroprevalenza condotta in Islanda su oltre 30mila persone (ne parlavamo anche qui). In sintesi, l’analisi islandese ha indicato che i livelli di anticorpi variano in un arco di tempo molto più ampio e che, dopo il rapido declino osservato entro i primi 28 giorni (quello appunto descritto nello studio cinese), è presente una “seconda ondata di anticorpi” generata da un numero inferiore di plasmacellule ma di durata molto più lunga (4 mesi).

Ad ogni modo, conclude lo studio cinese, i risultati del lavoro mostrano che “la maggior parte dei pazienti ha generato un profilo distinto di risposta immunitaria contro gli antigeni correlati alle proteine ​​NP e Spike sia in termini di tempo che di grandezza. Pertanto, la combinazione di NP ed ECD come antigeni di rilevamento potrebbe aumentare ulteriormente la sensibilità dei test sierologici.