Oltre cento esemplari di ippopotamo sono stati trovati morti in Namibia, una vera e propria strage provocata molto probabilmente dall'antrace. A darne notizia il direttore del Ministero dell’Ambiente e del Turismo Johnson Ndokosho, che ha sottolineato l'eccezionalità del tragico evento. La prima carcassa è stata rinvenuta all'inizio di ottobre in un lago nella remota regione occidentale del Parco Nazionale di Bwabwata, sito a nordest della Namibia e prossimo al confine tra Angola e Botswana. Nei giorni seguenti i guardiani del parco hanno scoperto gli altri corpi in avvio di decomposizione, molti dei quali affiorano dalle acque con le zampe rigide e rivolte verso l'alto a causa del rigor mortis. Hanno perso la vita interi gruppi famigliari.

La scena è resa ancor più drammatica dalla presenza degli esemplari ancora vivi, che si aggirano tra le carcasse degli sfortunati compagni, ignari del tremendo pericolo che stanno correndo. Sebbene siano ancora attesi i risultati degli esami autoptici, i veterinari sono quasi certi del responsabile della strage, ovvero il famigerato batterio Bacillus anthracis, quello dell'antrace o carbonchio. Il microorganismo, finito anche in diversi casi di cronaca nera, come la serie di omicidi commessi dal dottor Bruce Edwards Ivins negli Stati Uniti, è una possibile arma batteriologica e provoca gravi infezioni che si sviluppano in diverse forme: cutanea, gastrointestinale e polmonare.

Il batterio dell'antrace si sviluppa normalmente nel terreno ed è caratteristico dei climi aridi, dove in passato ha creato diverse morie di animali, come una strage di renne in Siberia (ne morirono oltre 2000) e un'altra di ippopotami in Uganda, quando uccise poco meno di 200 esemplari. Secondo le autorità namibiane i batteri potrebbero essere stati esposti dal ritiro delle acque, e le loro spore ‘attivate' una volta ingerite dagli ippopotami. È una vera e propria corsa contro il tempo per smaltire le enormi carcasse (un maschio adulto può arrivare a pesare tre tonnellate), dato che altri animali come coccodrilli e uccelli saprofagi hanno già iniziato a consumarne le carni, col rischio che l'epidemia possa diffondersi ad altre specie.

Fortunatamente la zona in cui si è consumata la tragedia è piuttosto remota, e i guardaparco oltre agli ippopotami hanno trovato soltanto qualche carcassa di bufalo. Purtroppo però non possono fare nulla per allontanare la fauna selvatica dall'epicentro della contaminazione. Un rischio concreto esiste anche per le persone che potrebbero approfittare della carne degli animali morti; per scongiurarlo le autorità namibiane hanno diramato un comunicato di allerta.

Pur trattandosi di animali inseriti con codice VU (vulnerabili) nella Lista Rossa della IUCN, le autorità africane non sono preoccupate dall'impatto della strage sulla popolazione locale, che tra Namibia e paesi limitrofi conta in tutto oltre 3.300 ippopotami. Il Parco di Bwabwata si trova tuttavia nei pressi del Delta dell'Okavango, un'enorme area umida caratterizzata da una florida biodiversità, dunque è necessario monitorare con attenzione l'evolversi dell'epidemia e soprattutto determinarne le cause con esattezza.

[Credit: Namibian Broadcasting Corporation]