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Chi è affetto dalla sindrome delle gambe senza riposo o RLS può avere un rischio triplo di suicidio e di ferirsi con atti di autolesionismo. A trovare questa associazione con la misteriosa condizione – caratterizzata da una forte necessità di muovere le gambe – è stato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati del Secondo Ospedale Affiliato dell'Università di Soochow (Cina) e del Dipartimento di Scienze nutrizionali dell'Università Statale della Pennsylvania, che hanno collaborato con i colleghi dei dipartimenti di Psichiatria e Neurologia presso il Massachusetts General Hospital di Boston.

Cos'è la sindrome delle gambe senza riposo

La sindrome delle gambe senza riposo, conosciuta anche con l'acronimo di RLS (Restless Legs Syndrome) o sindrome di Wittmaack-Ekbom, è una condizione medica in cui i pazienti sentono una fortissima necessità di muovere e scuotere le gambe a causa di una strana sensazione, descritta come un formicolio o un brivido strisciante che le attraversa. Spesso viene avvertita quando i pazienti si coricano nel letto, determinando insonnia e altri disturbi associati alla carenza di sonno. Colpisce prevalentemente le donne di mezza età ma interessa entrambi i sessi, sia adulti che bambini. In alcuni casi può coinvolgere anche le braccia, il tronco e il collo. Le cause esatte non sono note, ma si pensa siano coinvolti fattori genetici. Sono state trovate associazioni con dopamina, ferro, gravidanza, farmaci e diabete.

La ricerca. Gli scienziati, coordinati dai professori Sheng Zhuang e Xiang Gao, sono partiti dalla premessa che la sindrome delle gambe senza riposo possa avere un serio impatto sulla salute mentale dei pazienti (non è chiaro se l'origine della condizione sia fisica o psicologica), per questo hanno voluto verificare l'associazione con gli atti di autolesionismo e i pensieri/atti suicidari. Per farlo hanno coinvolto nello studio oltre 24mila pazienti con sindrome delle gambe senza riposo e altri 145mila sani come gruppo di controllo. Dopo aver controllato fattori come depressione, disturbi del sonno e diabete hanno condotto un'analisi statistica per verificare il tasso di pensieri suicidari e atti di autolesionismo. Incrociando i dati è emerso che chi era affetto dalla sindrome aveva un rischio 2,7 volte superiore di ferirsi volontariamente e di pensare di togliersi la vita (o di suicidarsi effettivamente).

Risultati da confermare. Benché lo studio abbia coinvolto un campione piuttosto ampio di pazienti e l'associazione individuata sia “forte”, gli scienziati hanno classificato suicidio e autolesionismo con un metodo datato (chiamato ICD-9), inoltre la coorte era composta solo da americani con un'età inferiore ai 65 anni (età media 49 anni) e con un'assicurazione medica, dunque non era rappresentativa della popolazione globale. Saranno condotti ulteriori indagini per confermare i risultati, pubblicati sull'autorevole rivista scientifica specializzata JAMA Open Network.