La sindrome da fatica cronica non è una patologia psicologica, ma si manifesta con una differenza metabolica nella capacità di produrre energia delle cellule immunitarie dei malati, che è ridotta del 50 percento rispetto a quella soggetti sani. Lo ha determinato un team di ricerca dell'Università di Newcastle, che molto probabilmente ha messo la parola fine sullo stigma che troppo spesso accompagna milioni di persone affette dalla suddetta condizione. Sino a non molto tempo fa, infatti, si riteneva che la sindrome da fatica cronica, nota anche come encefalomielite mialgica o malattia da intolleranza sistemica allo sforzo (CFS/ME), fosse una condizione mentale, nella quale la spossatezza, la stanchezza estrema potesse essere superata ‘semplicemente' con la buona volontà. C'è addirittura chi in passato ha associato questa patologia a una sorta di moda, come se fosse l'espressione deviata di un'intera generazione di pigri e annoiati.

La situazione è in realtà molto diversa, e recentemente diversi studi hanno iniziato a far emergere le basi biologiche della sindrome; fra essi quello condotto dalla Cornell University, che ha individuato un collegamento tra i batteri dell'intestino e alcuni agenti microbici infiammatori presenti nel sangue dei malati. Il team britannico coordinato dal professor Cara Tomas è andato ancora oltre, determinando le differenze metaboliche con i soggetti sani dalle quali scaturirebbe l'opprimente mancanza di energia.

Dopo aver prelevato i globuli bianchi da 52 pazienti con sindrome da fatica cronica e da 35 volontari sani, i ricercatori ne hanno testato la capacità di gestire i bassi livelli di ossigeno, sia in condizioni ottimali che sotto stress. Fra le differenze metaboliche emerse, la più emblematica risiedeva nella capacità di produrre energia attraverso la cosiddetta respirazione cellulare. Le cellule immunitarie dei malati di sindrome da fatica cronica potevano infatti esprimere al massimo il 50 percento dell'energia prodotta dalle cellule dei soggetti sani.

Fra gli altri parametri valutati dai ricercatori anche la perdita di protoni, la capacità di riserva, la respirazione non mitocondriale e la cosiddetta efficienza di accoppiamento, alcuni dei quali non presentavano differenze così marcate come nella produzione di ATP, cioè di energia derivata dal processo di respirazione cellulare, che trasforma gli zuccheri e altri componenti. Insomma, Tomas e colleghi hanno trovato indizi concreti sulla base biologica della patologia, sebbene le cause che la scatenino siano ancora sconosciute. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica PloS ONE.