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Siti, riviste, blog scientifici di tutto il mondo avevano seguito con grande interesse e palese apprensione il processo imbastito contro la Commissione Grandi Rischi trascinata in tribunale per non aver “previsto” il terremoto che nel 2009 colpì l’Aquila e i paesi vicini uccidendo oltre trecento persone. La condanna a 6 anni di detenzione e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici degli scienziati che costituivano la commissione, tra cui l’ex presidente dell’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), Enzo Boschi, ha lasciato tutti a bocca aperta. Addirittura due anni in più di quanto aveva chiesto l’accusa (4 anni) e un precedente che, secondo la comunità scientifica nazionale e internazionale, rischia di far tornare la scienza indietro di decenni, se non di secoli. Perché quello che i sismologi avrebbero dovuto fare, secondo i giudici, era di prevedere il terremoto che di lì a poco si sarebbe abbattuto sull’Aquila e prendere le dovute contromisure. Nonostante, purtroppo, la scienza oggi non possa prevedere come, dove e quando si verificherà un terremoto, anche di fronti a sciami sismici che solo raramente sono precursori di un grande evento.

Lo sgomento sulle riviste scientifiche

La rivista Nature, che aveva seguito nei mesi scorsi il processo, titola oggi “Shock and Law” il suo editoriale. Ricorda che il processo non è stato ufficialmente imbastito perché gli scienziati non avevano previsto il terremoto dell’Aquila, ma perché la sera del 31 marzo 2009 si riunirono nella Commissione Grandi Rischi della Protezione civile per dare un parere sulla pericolosità dello sciame sismico in corso in quei giorni e sull’allarme lanciato da un tecnico dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, Giampaolo Giuliani, sulla possibilità che un grande terremoto potesse colpire nei giorni successivi la città di Sulmona, previsione basata sulle analisi del gas radon. Avrebbero minimizzato tutto, colpevolmente. Ora ci sarà l’appello. “Ci sarà tempo a sufficienza per riflettere sulle ampie implicazioni del verdetto, ma per ora tutti gli sforzi dovrebbero essere incanalati nella protesta, sia verso la severità della sentenza che verso la criminalizzazione degli scienziati per il modo in cui hanno comunicato le loro opinioni”, conclude l’editoriale del prestigioso settimanale americano, senza firma in quanto espressione dell’opinione dell’intera redazione.

L'Aquila, processo commissione 'Grandi Rischi'

“E’ incredibile che degli scienziati che cercavano di fare il loro lavoro sotto la direzione di un’agenzia del governo siano stati accusati per omicidio colposo”, sostiene su Science Thomas Jordan, docente di scienze della terra all’Università della California a Los Angeles. “Temo che molti scienziati abbiano ora imparato a tenere le loro bocche chiuse. Ciò non aiuterà quelli tra noi che stanno cercando di migliorare la comunicazione del rischio tra scienziati e grande pubblico”. Altri commentatori entrano nel merito della sentenza – peraltro ancora non depositata – ricordando che l’errore compiuto dagli scienziati è stato nella cattiva comunicazione del rischio. Un concetto, questo, su cui si sprecano fiumi di inchiostro di sociologi, studiosi del rapporto tra scienza e società, esperti di comunicazione. Ma senza soluzioni pratiche a portata di mano. Come si comunica il possibile rischio di un terremoto? Bisogna forse dire: “Sì, può esserci un grosso terremoto, ma non lo sappiamo: nel dubbio dormite in strada?”. Esiste un modo corretto di comunicare il rischio sismico? La risposta è semplice: no.

Il verbale della commissione Grandi Rischi

E sul tema il direttore del mensile italiano Le Scienze, Marco Cattaneo, ha speso forse le parole più giuste, analizzando proprio il verbale della riunione di quella terribile sera in cui gli scienziati della Commissione Grandi Rischi vollero rassicurare la popolazione, spaventata dalle scosse e dalla “profezia” di Giampaolo Giuliani. In essa non si legge, scrive Cattaneo, “alcuna informazione che fosse «imprecisa, incompleta e contraddittoria», come emerge dalle cronache. Mi sembra invece che un gruppo di tecnici, tra cui alcuni dei più esperti sismologi di questo paese, abbia analizzato secondo lo stato delle conoscenze una situazione che si protraeva da sei mesi, osservando che non si poteva trarre alcuna indicazione sulla possibilità che si verificasse un sisma di magnitudo elevata”. Ed in effetti è proprio così. I media si sono scatenati sulle dichiarazioni di Bernardo de Bernardinis, che per rassicurare la popolazione di Sulmona (in effetti non coinvolta dal sisma) disse davanti alla telecamera, incalzato da un giornalista, che sulle paure di un terremoto ci si poteva bere sopra un bicchiere di Montepulciano. Battuta infelice, col senno di poi, ma certo non al punto da meritare una condanna a sei anni di carcere.

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Anche perché, fuori dal sensazionalismo dei media, che hanno giocato una parte importantissima nell’alimentare la disinformazione che ha gravitato intorno a questo processo da “caccia alle streghe”, il verbale di quella riunione riporta ben altre parole, assai più serie. “Improbabile che ci sia a breve una scossa come quella del 1703, pur se non si può escludere in maniera assoluta”, si legge nel verbale, che attribuisce tale affermazione a Enzo Boschi. “Ovviamente, essendo la zona dell’Aquila sismica, non è possibile affermare che non ci saranno terremoti”, sostiene nel verbale Claudio Eva, docente di fisica terrestre e geologo a Genova. Ancora, Giulio Selvaggi del Centro Nazionale Terremoti sosteneva, in merito allo sciame sismico, “come ci siano stati anche alcuni terremoti recenti preceduti da scosse più piccole alcuni giorni o settimane prima, ma è anche vero che molte sequenze in tempi recenti non si sono poi risolte in forti terremoti”. Con assoluto senso di responsabilità, quegli scienziati che oggi rischiano sei anni di carcere e l’interdizione dai pubblici uffici ricordavano l’impossibilità per la scienza attuale di prevedere il verificarsi dei terremoti e l’evidenza imprescindibile per cui “l’unica difesa dai terremoti consiste nel rafforzare le costruzioni e migliorare la loro capacità di resistere al terremoto”.

Ma quest’appello, unanimemente condiviso da tutti i membri della Commissione Grandi Rischi, è rimasto inascoltato. Anzi, come ricorda Marco Cattaneo, qualcuno aveva pensato bene di declassare la zona dell’Aquila da un rischio sismico di grado 1 – il più elevato – a un rischio di grado 2, minimizzando gli studi scientifici effettuati per anni dall’INGV. Perché? Probabilmente per l’interesse di chi voleva continuare a costruire in barba alle leggi sulla prevenzione sismica. Probabilmente quelle stesse persone che poi, ridendo mentre la città veniva rasa al suolo, progettavano già di spartirsi le centinaia di milioni di euro della ricostruzione. Probabilmente gli interessi incrociati di un sistema imprenditoriale e politico malato e corrotto, che ha ben pensato di sacrificare sull’altare della vendetta di piazza la vittima più indifesa: la scienza.