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Mentre fanno discutere le sentenze di recenti casi di cronaca nera, nel silenzio generale è iniziato all’Aquila il processo alla Commissione Grandi Rischi. Tra gli imputati alla sbarra, alcuni dei più eminenti sismologi italiani: Franco Barberi, presidente vicario della Commissione Grandi Rischi, accademico dei Lincei; Bernardo De Bernardinis, vicecapo del settore tecnico del Dipartimento della Protezione civile; Enzo Boschi, ex presidente dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia); Gian Michele Calvi, direttore di Eucentre (European Centre for Training and Research in Earthquake Engingeering); Claudio Eva, ordinario di Fisica Terrestre e Sismologia all’Università di Genova; Mauro Dolce, direttore dell’ufficio Valutazione, prevenzione e mitigazione del rischio sismico della Protezione civile; Giulio Selvaggi, direttore del Centro nazionale terremoti dell’INGV. I più grandi esperti italiani di terremoti sono stati rinviati a giudizio perché rei di non essere riusciti a “prevedere nel breve termine un terremoto con i medesimi caratteri di quello verificatosi il 6 aprile 2009 alle ore 3,32” nella provincia dell’Aquila. Queste le motivazioni del giudice Fabio Picuti.

Contro il processo dell’ignoranza scientifica si sono schierati oltre 4000 ricercatori di più di cento paesi in tutto il mondo, firmatari di una lettera al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nella quale hanno ribadito “che non esistono a tutt’oggi valide basi scientifiche per la previsione dei terremoti”. Per quanto il giudice per le indagini preliminari precisi di non credere affatto nella prevedibilità dei terremoti, nella motivazione della sentenza di rinvio a giudizio veniva contestata agli accusati una “valutazione dei rischi connessi all’attività sismica in corso sul territorio aquilano dal dicembre 2008 approssimativa, generica ed inefficace in relazione alle attività e ai doveri di previsione e prevenzione; e fornendo informazioni incomplete, imprecise e contraddittorie sulla natura, sulle cause, sulla pericolosità e sui futuri sviluppi dell’attività sismica in esame”. In sostanza, i sismologi della Protezione civile avrebbero dovuto prendere provvedimenti di fronte alle avvisaglie sismiche dei mesi precedenti.

Prevenzione o previsione?

Che provvedimenti? Evidentemente l’evacuazione della popolazione. Ma ai giudici non sfuggirà il fatto che sciami sismici del tipo di quello che ha colpito l’Aquilano nei mesi precedenti il sisma del 6 aprile 2009 avvengono continuamente nel nostro paese. Solo nell’ultimo anno ce ne sono stati diversi, i più rilevanti nel Montefeltro, nei Nebrodi e nel Parmense. In nessuno di questi casi allo sciame ha fatto seguito un violento terremoto. Cosa si sarebbe dovuto fare? Evacuare la popolazione? In tal caso, dopo alcuni giorni, la gente sarebbe tornata a casa e sarebbero partite denunce – legittime – alla Protezione civile. È noto che solo una volta i segnali precursori convinsero le autorità a un’evacuazione in massa: accadde in Cina nel 1975. Ma allora ci furono avvisaglie ben diverse da quelle dei banali tremori: pozzi prosciugati, modifica dell’altitudine delle colline, comportamenti inequivocabili degli animali. Qualcosa di simile a ciò che precede una devastante eruzione vulcanica. I cinesi intervennero sgomberando dall’area un milione di persone, salvandone centinaia di migliaia dal sisma verificatosi poche settimane dopo. Eppure, dopo poco più di cinque mesi, un altro terremoto in Cina uccise 250.000 persone. Atroce rivincita della natura imprevedibile.

No, a oggi i terremoti non si possono prevedere. Sono stati realizzati avanzati sistemi di early-warning che riescono a lanciare l’allarme pochi secondi prima dell’arrivo dell’onda sismica a una certa distanza dall’epicentro: ma si tratta, nonostante il termine, di sistemi d’allerta che entrano in funzione a posteriori, nel giro di un paio di secondi dall’inizio della scossa, e non possono fare nulla per quelle persone che vivono nell’arco di pochi chilometri dall’epicentro. La scienza è riuscita a comprendere l’origine dei terremoti, rintracciata nei moti convettivi del mantello terrestre, che a loro volta smuovono le zolle della crosta. Da ciò è stato possibile individuare le aree a rischio sismico del pianeta, studiando le faglie che corrono sotto i nostri piedi. Possiamo sapere che in una determinata area c’è un’elevata probabilità che si scatenino terremoti, anche con una certa frequenza. Ma non sappiamo quando, dove e soprattutto quanto sarà potente il prossimo sisma. Il fatto che l’origine dei terremoti risieda nelle viscere della Terra è l’ostacolo più insormontabile: è più facile conoscere l’universo sopra di noi che quello che nasconde il nostro pianeta.

Gli allarmi di Giuliani

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Il processo Grandi Rischi nasce in verità sull’onda emotiva delle dichiarazioni di Giampaolo Giuliani, un tecnico dell’Istituto nazionale di fisica nucleare, impiegato presso i laboratori del Gran Sasso, che mise in guardia le autorità da un possibile terremoto che si sarebbe potuto scatenare nella zona di Sulmona. Il terremoto ci fu nell’Aquilano, parecchio tempo dopo il suo allarme, ma Giuliani si sentì in diritto di sottolineare comunque la bontà delle sue previsioni. Su quali basi? Il metodo di Giuliani, che non è un sismologo, si basa sull’analisi delle concentrazioni di radon nel suolo.

Il radon è un gas radioattivo, del tutto naturale, presente nel suolo e all’interno di alcune rocce come il tufo o il granito. È la fonte naturale più significativa di radiazioni, a cui siamo esposti quotidianamente. L’aumento delle sue emissioni, prodotto da microfratture del suolo, può essere considerato uno dei tanti precursori sismici.  Ma, preso da solo, questo segnale non è decisivo. Giuliani si beccò una denuncia per procurato allarme quando il terremoto, a Sulmona, non arrivò: e in un’intervista pochi giorni prima dal sisma dell’Aquila rassicurò sul fatto che il livello del gas radioattivo non era tale da indurre preoccupazioni. Perciò, la sua non fu una previsione. Tante altre volte, nei mesi e nei due anni successivi, Giuliani ha lanciato allarmi, sulla sua seguitissima pagina Facebook, per sismi certo più contenuti, sulla base delle sue analisi. Nella stragrande maggioranza dei casi, all’allarme non ha fatto seguito un terremoto. Se dovessimo evacuare la popolazione ogniqualvolta si verifichi un aumento anomalo del livello di radon nel suolo, dovremmo muovere mezza Italia di continuo, in quasi il 99% dei casi a vuoto. Vale la pena, per un mero 1%? Qualcuno, magari, direbbe di sì. Ma aspettate di essere costretti a forza dalla Protezione civile a fare fagotto, dormire per settimane in auto, in albergo, presso i vostri familiari, solo perché c’è una minuscola possibilità che si scateni un sisma. Aspettate di farlo non una, ma due, tre, cinque volte. E cambierete idea, come l’hanno cambiata molti cittadini dell’Aquila, stanchi di convivere con la paura di nuove scosse.

La teoria di Raffaele Bendandi

Il radon, da solo, non è la soluzione giusta. E tanto meno lo è quella elaborata da un sismologo non professionista di Faenza, scomparso nel 1979, Raffaele Bendandi. Fu il Giuliani dei suoi anni, perché dichiarò di aver previsto con un paio di mesi d’anticipo un terremoto a Senigallia nel 1925. E poi di nuovo il sisma del Friuli nel 1975. Come ci riuscì? Bendandi raccontò che la sua idea era nata osservando i moti delle maree: se la Luna era capace di produrre un tale effetto sul mare grazia alla sua forza gravitazionale, che effetti avrebbero potuto produrre gli altri corpi celesti, i pianeti del sistema solare e il Sole, magari nel corso di particolari allineamenti? Non avrebbero forse potuto influenzare i moti della Terra o il magma al di sotto, scatenando violenti terremoti? Così, Bendandi si diede allo studio della meccanica celeste, elaborando previsioni poi messe per iscritto nelle sue incomprensibili carte, sulle quali esperti e dilettanti si sono lambiccati i cervelli senza cavarne un ragno dal buco. Perché le previsioni di Bendandi non si sono mai avverate.

Si ricorderà la storia del terremoto a Roma l’11 maggio scorso: che poi non era farina del sacco di Bendandi ma una bufala mediatica di dubbie origini. Da allora, il sismologo-astrologo di Faenza è stato riscoperto ed è diventato nuovamente oggetto di studi. Studi i cui risultati continuano a essere nulli, quando addirittura non sono controproducenti: è il caso per esempio del sito AstroTime.org, che inviò addirittura una lettera alle massime cariche dello Stato lanciando l’allarme per un terremoto devastante in Italia previsto da Bendandi per il 10 giugno. Una tesi ripresa anche da Giuliani, riscopertosi appassionato dei calcoli astronomici (o astrologici?) del sismologo fai-da-te, che per fortuna si rivelò errata. Anche per oggi, 6 ottobre 2011, i catastrofisti prevedono un mega-terremoto di grado superiore all’ottavo Richter da qualche parte nel Pacifico: è l’opinione di alcuni utenti di un forum italiano molto frequentato, “Nibiru2012”, che da tempo cercano di interpretare le carte lasciate da Bendandi senza ancora essere riusciti a pervenire a una conclusione (per quanto, come si vede, le previsioni allo sbaraglio non manchino).

Se la scuola facesse il suo dovere, ricorderebbe a tutti i sostenitori del rapporto pianeti-terremoti la legge di gravitazione universale di Newton, secondo la quale la forza gravitazionale tra due corpi è inversamente proporzionale al quadrato delle loro distanze. Che, detto in soldoni, vuol dire che la forza gravitazionale di Marte sulla Terra sarà enormemente più bassa di quella esercitata dalla Luna, che è a noi molto più vicina. Il problema, forse, è che invece l’insegnamento scientifico in Italia non fa il suo dovere, e permette all’uomo della strada di credere a guru e cassandre del web piuttosto che a scienziati che hanno speso la vita nel tentativo di comprendere le dinamiche dei terremoti e i metodi per ridurne i danni. Ma oggi, quegli scienziati devono difendersi di fronte a un tribunale, mentre i profeti di sventura possono sciorinare indisturbati quotidiane predizioni senza nemmeno beccarsi una denuncia per procurato allarme.