Sedicesimo anniversario della strage di Srebrenica

Lentamente, una dopo l'altra nel corso dei sedici anni trascorsi da quei tragici eventi, le vittime del genocidio di Srebrenica ritrovano la propria identità e, grazie all'analisi dei loro DNA possono, quanto meno avere una sepoltura degna, che se non li riporterà in vita darà comunque un corpo ed una tomba su cui piangere a tutte le madri, sorelle, figlie e mogli che da anni chiedono una sola cosa: che non si dimentichi.

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Dovere di tutti, infatti, è serbare memoria di quello che è stato un massacro definito tra i più sanguinosi avvenuti nel nostro continente dopo la seconda guerra mondiale: non soltanto perché è avvenuto durante il nostro tempo e terribilmente vicino al nostro paese, ma anche perché, purtroppo, è sempre in agguato la bestialità e la stupidità di chi ha avuto l'ardire di definire il generale che guidò l'impresa Ratko Mladic, arrestato il 26 maggio di quest'anno, un eroe di guerra.

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Questa mattina, in occasione del sedicesimo anniversario, si sono svolti i funerali di 613 vittime, estratte dalle fosse comuni e riconosciute grazie ad un paziente lavoro. Di quelle vite stroncate che furono 8 372 (anche se alcune fonti portano a 10 000 il numero effettivo), fino ad oggi sono più di 6 000 i corpi che sono stati identificati, altre salme attendono ancora che sia dato loro un nome, mentre un migliaio di scheletri incompleti non è stato ancora sepolto: i congiunti sperano sempre che sia possibile recuperare tutti i resti. E così, presso le tombe del grande cimitero del vicino paese di Potocari che commemora questa immensa tragedia, sono giunti i parenti di quelle vittime che da questa mattina riposano in pace accanto a coloro che con questi condivisero il medesimo destino: fratelli e vicini solo per una crudele risoluzione del caso, 613 nuove sepolture accanto alle 4 524 già esistenti.

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Una marcia ieri ha ripercorso al contrario la terribile fuga che gli uomini di Srebrenica cercarono disperatamente di compiere, nel vano tentativo di trovare salvezza: scappando attraverso dei boschi, furono massacrati dalle truppe dell'esercito serbo bosniaco, uccisi in imboscate o catturati e giustiziati, mentre si dirigevano verso Tuzla, città sotto il controllo dell'ONU. Lì le truppe, tre compagnie olandesi, scrissero una delle pagine più vergognose della storia dei caschi blu: fin dall'inizio e a distanza di anni si è riconosciuto, grazie anche alle testimonianze dei sopravvissuti che il non intervento a Srebrenica, l'accoglienza data soltanto a circa 5 000 profughi, a fronte dei 20 000 che credettero che avrebbero trovato rifugio presso le case dei militari olandesi ma restarono fuori, la riapertura della base appena due giorni dopo, per far uscire i profughi consegnandoli praticamente alle truppe, sono responsabilità che pesano come macigni su coloro che erano lì e sull'Olanda intera.

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Srebrenica, grazie ad una risoluzione ONU del 1993, doveva essere una città protetta, un'enclave, così come lo erano Tuzla e Sarajevo. Non avremmo dovuto assistere mai ad un evento del genere. Ma imporre delle regole e dei limiti alla più barbara delle pratiche, la guerra, si sa, è contraddittorio già di per sé. Oggi quella città si trova a fare i conti, come tutti i giorni, con le sue vittime e coi i suoi dolori, mentre ancora tanti sono i corpi che aspettano di poter riposare sotto la propria terra: terra che li ha messi al mondo e li ha uccisi con una crudeltà inimmaginabile, ma pur sempre patria, dove i loro cari potranno piangerli.