Drammatica raffigurazione di Londra nel 1665 durante l’epidemia di peste.
in foto: Drammatica raffigurazione di Londra nel 1665 durante l’epidemia di peste.

Poco più di due anni fa l'analisi del Dna del batterio della Peste Nera estratto da quattro scheletri nel cimitero di East Smithfield, a Londra, accertò la sostanziale continuità del germe che colpì l'Europa nel Trecento rispetto a quello che oggi infetta ancora tremila persone all'anno. Una ricerca internazionale guidata dall'università americana McMaster e pubblicata sul Lancet Infectious Diseases ha chiarito ora che la Peste di Giustiniano, che colpì l'Impero bizantino nel secolo VI d.C., era di un ceppo diverso rispetto a quella che falcidiò il Vecchio Continente nel Medioevo. A fornire ulteriori dettagli sulla malattia che minaccia l'uomo da circa duemila anni sono stati due corpi in un cimitero tedesco in Baviera, dei quali sono stati analizzati i denti per effettuare la più antica sequenza genetica mai realizzata di un patogeno.

L’abbigliamento tipico di un medico nel Seicento in tempi di peste.
in foto: L’abbigliamento tipico di un medico nel Seicento in tempi di peste.

La Morte nera del 541-542 d.C. venne causata dal Yersinia pestis, un batterio che si trova soprattutto nei roditori e che viene trasmesso all'uomo attraverso le pulci. Nulla di diverso, dunque, da quanto avviene ai giorni nostri. La domanda che sorse al momento dell'analisi dei quattro scheletri di Londra si è dunque riproposta oggi: se quel virus e quelle dinamiche di viralità non differiscono molto da quelle odierne, perché la peste è oggi poco diffusa? Se si calcola che nel Trecento la peste ha mietuto circa 50 milioni di vittime (per intenderci, oggi in Italia vivono 61 milioni di persone), la domanda sulle cause della diffusione diventano di vitale importanza per capire i rischi che corriamo oggi.

Dave Wagner, professore presso il Centro di genetica e genomica microbica della Northern Arizona University, ha osservato che "se la peste di Giustiniano è riuscita ad attecchire e diffondersi nelle popolazioni, a provocare una pandemia e poi a scomparire, vuol dire che potrebbe accadere di nuovo". Francesco Menichetti, direttore della clinica malattie infettive presso l'Ospedale di Pisa, ha invece riconosciuto che il batterio è sì molto resistente, tanto che "non possiamo pensare di eliminarlo", ma ha altresì aggiunto che pensare che "la peste possa tornare a essere lo spauracchio del terzo millennio sembra molto poco probabile. Oggi ne conosciamo in dettaglio il germe e le modalità di trasmissione e sappiamo che le condizioni che la sua diffusione dipende dalle sociali-igienico-economiche che oggi non sono più come secoli fa".