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Secondo la ricerca condotta da Giorgi Chaladze dell’Università statale di Tblisi in Georgia almeno metà della popolazione mondiale sarebbe portatrice di geni gay. Questa si basa su un modello computazionale che presuppone l’esistenza di una ereditarietà dell’omosessualità, quindi di un determinato concetto di sessualità, partendo dal presupposto che il Mondo si divida tra soggetti etero e gay. Chi riporta i risultati di questo studio si tiene prudente sostenendo che le sue conclusioni si limitano a suggerire tale tesi. In sostanza le sorelle degli uomini gay sarebbero portatrici e veicolo di questi geni. Queste tenderebbero ad avere più figli, conservando la persistenza dell’omosessualità nella popolazione.

Possono esistere geni gay? La ricerca di Chalazde sta avendo qualche eco nella stampa mondiale ed è stata pubblicata sugli Archives of Sexual Behaviour. Il metodo utilizzato è principalmente statistico e si incentra sui dati riguardanti gli alleli A1 e A2 del cromosoma X utilizzando un modello di popolazione descritto da Taylor e Jaenike nel 2003.

Genetica dell’omosessualità. Esistono dei precedenti nel tentativo di stilare le basi di una genetica dell’omosessualità, in particolare uno studio del 2014 pubblicato su Psychological Medicine. Parliamo sempre del cromosoma X. Gli autori, Alan Sanders e Michael Bailey hanno lavorato per sette anni su 409 coppie di fratelli gay. Come già fatto presente da Sandro Iannaccone su Wired la definizione di geni dell’omosessualità è già di per sé fuorviante, inoltre i risultati di questo genere di studi – condotti almeno da vent’anni – sarebbero tutto fuorché chiari. Dean Hamer è stato il capostipite nel 1993 di questa ricerca delle basi genetiche dell’omosessualità; attualmente esercita la professione di regista. I suoi risultati sono stati oggetto di critica, se non altro perché basati su campioni per niente significativi. Gli studi successivi volti a confermare i suoi risultati non sono da meno, oltre ad essere stati condotti con metodi di difficile riproducibilità.

I marker genetici interessati si troverebbero nelle regioni Xq28 e 8q12, queste però contengono numerosi geni, non è ancora chiaro quali di questi sarebbero quelli gay. Posto che questa definizione è molto imprecisa il problema di fondo sta nel non considerare la dimensione epigenetica, ovvero la possibilità che l’ambiente influisca sull’attivazione o meno di determinati tratti, oltre alle sterminate dinamiche entro cui si sviluppa la sessualità umana, che dipendono dalle situazioni in cui cresciamo; inoltre siamo noi a categorizzare tipi discreti di vita sessuale, ponendo da una parte gli eterosessuali e dall’altra gli omosessuali. In realtà si tratta di una generalizzazione dovuta anche a non pochi pregiudizi.

Sessualità e omogenitorialità. La condizione sessuale di una persona è molto complessa, gli studi in merito interessano anche l’omogenitorialità, ovvero la possibilità da parte di coppie omosessuali di adottare. Da oltre dieci anni esistono studi in merito, come quelli condotti nel 2012 e nel 2014 da Sarah La Marca. Qui entriamo nell’ambito degli studi della personalità e nei meandri ancora oscuri della funzione sociale dell’omosessualità. Esistono convenzioni culturali che definiscono fin dalla nascita i canoni comportamentali e le preferenze sessuali di maschi e femmine; su questo frangente la letteratura è vastissima ed interessa anche l’Antropologia culturale (suggeriamo la lettura del manuale di Ugo Fabietti, Elementi di antropologia culturale, Montadori, 2009; pag. 149-60).

I geni della Divina commedia. Sempre tenendo presente il bias di conferma è inevitabile che se si cerca qualcosa a tutti i costi si trova. In questo modo si potrebbero identificare i geni di qualsiasi cosa. Certamente anche Dante se è arrivato a scrivere la Divina commedia deve aver avuto la predisposizione genetica, non di meno è la sua vita mondana ad averlo portato un giorno ad essere in grado di scriverla. Non bastano i geni per spiegare una dimensione così vasta come la sessualità di un individuo.